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di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

con Antonio Rezza e Ivan Bellavista

(mai) scritto da Antonio Rezza

un Habitat di Flavia Mastrella

produzione Rezza_Mastrella,

La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello Roma, Fondazione TPE

Roma, 13 dicembre 2016

Maricla Boggio

Insieme ad altri due spettacoli rappresentati innumerevoli volte negli anni precedenti  - “Fratto X” e “Anelante” -, questo che rimarrà in scena  a Roma per sei giorni compone una trilogia con varianti di questa coppia di personaggi dell’espressività singolare, che dal corpo si dilata agli oggetti e dagli oggetti al corpo, in una sorta di sinfonia dalle molteplici e sorprendenti sfumature.

Non certo da raccontare. Ma da vedere e sentire, entrando senza opporsi al mondo ribelle, critico e poetico di questo attore, unico e indefinibile e per questo così attraente, basta vedere l’ampio teatro del Vascello gremito soprattutto – ma non solo – di ragazzi pronti a raccogliere al volo ogni più leggera espressione mutata dal volto cristologico di Rezza, che fin dall’inizio, dondolandosi su di un’altalena, esprime godimento, paura, vertigine, orrore e quant’altro può esprimere con quel suo volto segnato, per poi mutarsi in un genitore alle prese con un ragazzino da far divertire, sempre su quell’altalena, il sabato – giorno in cui gli è affidato certo da una madre divisa e invisa – , giorno in cui questo padre non gradisce l’affido avendo altro da fare, fino a reificare i pensieri nefasti che gli vengono nei confronti del pargolo, che viene sbattuto sempre più crudelmente su quell’altalena che da gioco si fa strumento di tortura, fino a sbattergli la tavoletta in testa per farlo fuori definitivamente.

L’altalena è un elemento che ricorre più volte nel corso dell’instancabile spettacolo, fino a concluderlo con una sorta di punizione contro di sé.

Ma prima, quante ne accadono, di fantasie bizzarre e trucide, di nonsensi che sotto sotto rivelano filosofiche verità, pensieri inconfessati confessati, rivalse contro ingiustizie, critiche a gravi fatti di violenza, in cui la presenza pretesca porta un brivido di realtà.

Concentrato su di uno spettacolo che richiede attenzione e precisione come una sonata di pianoforte da parte di Benedetti Michelangeli, Rezza riesce a restare attento a ciò che accade al di fuori di questo suo gioco  beccando piccoli incidenti e commentandoli, o incitando gli spettatori a rispondere a qualche sua sollecitazione.

Temi in apparenza distanti fra loro si intrecciano poi in un impasto che ti offre una realtà attuale condita di ipocrisie e falsità, dai rituali di un matrimonio in continua mutazione dei due contraenti – maschio, femmina, il contrario, entrambi ecc. – , o attraverso una sorta di rompicapo numerico dove Rezza saltapicchia da un numero a un altro, mutato in fanciulla velata, o ancora ispirandosi a una leggendaria vicenda dove un re zoppo va a caccia di un capriolo, a cui si aggiunge un figlio zoppo anche lui cacciatore, e una regina chiaramente zoppa anche lei; il capriolo è un solerte Ivan Bellavista, nudo e scalpitante per sfuggire al cacciatore, mentre sarà poi lui, alla fine a inseguire il cacciatore denudato e urlante.

Descrivere è ridurre; Rezza, nelle invenzioni astratte di Flavia Mastrella, sua inscindibile compagna, va visto e sentito, con una partecipazione al suo mondo giocoso e terribile che riporta a un mondo di mostri e di favole, dove alla fine ci si salva e si applaude.

 

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