7 MINUTI

IMG_1867di Stefano Massini

regia di Alessandro Gassmann

con Otttavia Piccolo

Paola Di Meglio Silvia Piovan Olga Rossi Balkissa Maiga Stefania Ugomari Di Blas Cecilia Di Giuli Eleonora Bolla Vittoria Corallo Arianna Ancarani Giulia Zeetti

Scenografia Gianluca Amodio

costumi Loretta Salvagnin

musiche Pivio&Alde de Scalzi

Produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Emilia Romagna Teatro Fondazione Teatro Stabile del Veneto

Roma, Teatro Argentina, 16 febbraio 2016

Maricla Boggio

Scrivere di questo spettacolo non è facile. Il tema trattato riguarda il dilemma se accettare o no la riduzione di un intervallo di 15 minuti con 7 in meno da parte delle operaie di una fabbrica francese, il cui consiglio di fabbrica è in attesa che la loro  portavoce torni dalla riunione delle trattative da parte dei proprietari con la proposta che dirà loro se continuerà il lavoro oppure se tutte o alcune saranno licenziate pe questioni legate alla produzione. Il fatto è realmente accaduto in Francia nel 2012.

Stefano Massini più volte ha toccato tematiche relative all’oggi e alle ingiustizie perpetrate nei confronti di personaggi che hanno tentato di opporvisi, soprattutto donne, poi assassinate o discriminate. E Ottavia Piccolo gli è stata fedele interprete, divulgando vicende altrimenti destinate a restare sul piano della cronaca o al massimo in un saggio o in una raccolta di articoli. L’impatto del teatro con la sua carica emozionale offre maggiori possibilità di condivisione a chi vi si accosta, e porta a riflessioni e talvolta anche ad approfondimenti sul piano del sociale.

Come si comporteranno le operaie, chiamate a votare? Accettare la rinuncia a quei sette minuti? Rifiutare per mantenere intatta la loro dignità? Accettando cominceranno a retrocedere sul piano dei loro diritti, sostiene la “portavoce” – una grintosa e sofferta Ottavia Piccolo – che per ore ha trattato con i padroni e che finalmente torna dal gruppo in attesa; così consentirebbero ai padroni un maggior guadagno, perché quei pochi trascurabili minuti moltiplicati per centinaia di donne faranno centinaia di ore di profitto in più. Ma rifiutando rischieranno il licenziamento, che forse è nelle mire della proprietà, come insinua a un certo punto una delle operaie, accusando la “portavoce” di essersi accordata con i padroni di farle rifiutare, per il disegno perfido di licenziarle per poi agire con libertà nell’assumere altre a condizioni per loro vantaggiose.

Dieci donne, ciascuna con le proprie caratteristiche etniche e sociali, si intrecciano nel dire e disdire, animando la scena – uno stanzone dove sono riunite – delle loro private angosce, delle loro speranze e dei loro ragionamenti legati alle esigenze di un’esistenza in cui il lavoro è elemento fondamentale per la sopravvivenza.

Nonostante l’impetuosa partecipazione, il dilemma dell’accettazione o del rifiuto, per cui più volte le operaie votano mutando di volta in volta la loro decisione, non porta a una sufficiente forza drammatica una situazione che è stata troppo allungata nel tempo. Il procedere della situazione si profila di volta in volta senza arrivare a un diapason che ne consenta una reale forza drammatica. Coraggiosa operazione, anche con una sua originalità, dove tuttavia l’azione ristagna, in una regia che tenta di immettere effetti sonori e figurativi che non aggiungono, anzi distolgono dalla forza delle singole presenze delle attrici, fra cui emerge la nera operaia reduce dalla miseria assoluta della sua Africa, che con parole nitide descrive uno status per fortuna ormai lontano dalle nostre situazioni critiche, ma che potrebbe tornare in un futuro incerto come l’attuale.

La conclusione rimane sospesa: mancando ancora un voto per far pendere la decisione per il sì o per il no, non sapremo come voterà l’ultima operaia, isolata nella luce che poi si spegne nel buio lasciando al silenzio la risposta. Ed è questo forse il momento più drammatico, in uno spettacolo che ricorda certi momenti sessantotteschi, dove il contenuto prevaleva sulla forma teatrale.

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