887

887_043_ELABBE-670x458di Robert Lepage

RomaEuropa Festival

Teatro Argentina 22 settembre 2015

 

Maricla Boggio

 

A inaugurare la rassegna di RomaEuropa Festival è stato “887″ uno spettacolo tutto quanto ideato e realizzato da Robert Lepage, uomo di teatro canadese, più volte rappresentato anche in Europa, con notevole fama intorno a queste sue rappresentazioni.

Il perno di tutto quanto gravita su di lui, Lepage che si fa narratore di se stesso, sia in una forma personale, privatissima, sia in una dimensione pur sempre legata a fenomeni relativi alla sua famiglia e alla cerchia di freaquentazioni individuali, sia poi, con un respiro più ampio, raggiungendo quel clima politico che ne rivela l’ostinata francofonia rispetto alla parte, preponderante per potere degli anglofoni, canadesi.

Attraverso questo suo rivelare la sensazione di repressione avvertita da lui e dai suoi simili di cultura francese, apprendiamo un universo di discriminazioni e disagi finora sconosciuto e forse inaspettato. Due culture si fronteggiano, per noi paiono equipararsi; non si tratta di una differenza evidente, come potrebbe accadere mettendo a confronto una nostra cultura e una di un popolo lontano nello spazio e nella progressione di civiltà – differenze che vanno sempre più cancellandosi nella valutazione culturale, ma che comunque hanno motivi per essere comprese -: si tratta non di differenze di vlaori, ma di fattori economici, relativi a un prevalere degli inglesi nei confronti dei francesi a livello di cariche, di potenziali politici, in definitiva di dominio della nazione.

Ed è  qui che Lepage cambia il suo tono di interprete, e si fa violento e impositivo.

Ma conviene dire della rappresentazione a partire dall’inizio. Che è una calma e quasi flemmatica narrazione del condominio in cui vive Lepage con la sua famiglia. Numero di strada e, forse, tutto il resto, attingono alla biografia personale dell’autore. Quel descrivere le famiglie dei condomini una per una, con i suoi comportamenti così diversificati a seconda della razza e della cultura comincia a mettere sull’avviso di quello che sarà il seguito.

E’ poi tutto il complesso articolarsi degli elementi scenografici dentro cui vive il protagonista ad avvicinare lo spettatore, come una lente di ingrandimento, al mondo del quotidiano di Lepage, ai suoi amici, ai discorsi che ne illustrano l’esistenza.  Pareti e soffitti ruotano agilmente illuminandosi via via nello scoprire sempre nuovi ambienti di una casa borghese, in una perfezione millimetrica di ogni mutamento, dentro il quale l’interprete si aggira seguendo i percorsi dell’appartamento e continuando a raccontare, adesso in un francese duro, tronco, evidentemente canadese, mentre la descrizione condominiale era in un puntuale italiano carico di buona volontà.

Con gli ambienti giocano anche gli oggetti, minuscole macchine fra le mani del protagonista, aprirsi e chiudersi di frigoriferi, vivaci dialoghi con interlocutori invisibili, ma esistenti appena dietro una di quelle porte, o di quelle pareti che lo nascondono lasciandolo immaginare.

E’ poi lo scatenarsi dello spirito francofono, l’odio per la bandiera dello Stato in cui prevale il rosso degli inglesi, le sue modificazioni che rimandano sempre all’imposizione britannica a far esplore in voce e intonazioni  l’eloquio, in cui si alternano le rivendicazioni francesi a un ossessivo e spietato “Speak white!” – “Parla chiaro!” derisorio modo degli anglofoni di  apostrofare i francofoni per il modo, a loro giudizio, goffo di esprimersi. E la performance quindi si conclude in una rivendicazione di autonomia politica, che non può che esere condivisa.

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