A PORTE CHIUSE

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di Jean-Paul Sartre

adattamento e regia di Ennio Coltorti

costumi Rita Forzano

scene Ennio Coltorti

luci Iuraj Saleri

foto Tommaso Le Pera

con Ennio Coltorti Anna Silvera Adriana Ortolani Gianfranco Salemi

Teatro stanze Segrete, 28.11 – 22.12. 2016

Maricla Boggio

Primo testo teatrale del già celebre Jean-Paul Sartre, “Huis clos” – qui tradotto “A porte chiuse” – suscitò al suo apparire a Parigi – 1944 – clamori, discussioni e scandalo.

In realtà lo scrittore non aveva fatto che trasferire in forma teatrale l’argomento che in quegli anni filosofi e psicanalisti avevano messo a fuoco secondo i loro linguaggi, e cioèche il disagio individuale fino all’insofferenza nei confronti dei propri simili rappresentasse la pena più profonda dell’individuo moderno. Quell’inferno negato dal mondo intellettuale alieno da convinzioni religiose si ripresentava con evidenza reale nel rapporto con gli altri, tesi del resto affiorante nei romanzi dell’autore, che con più approfondimento e talora in una riflessione in prima persona – come ne “La nausea” sviluppava questo tema.

Qui, in una forma teatrale che con orgoglio si manifesta secondo i cosiddetti criteri aristotelici dell’unità di tempo, luogo e azione,  questo inferno si radicalizza in tre figure emblematiche della società moderna suggerita nei suoi vizi soprattutto di stampo borghese. I tre personaggi  rappresentano un traditore, una lesbica e un’infanticida, categorie degne di riprovazione dall’universo borghese a cui appartengono, ma in sostanza rappresentative di ogni altro vizio legato al tradimento, all’irregolarità sessuale secondo tradizione, alla trasgressione nell’ambito della natura umana come conservazione di vita. Ecco dunque tutto il mondo racchiuso in quelle quattro pareti bianche, dove come in un moderno girone quadrato i tre si aggirano moltiplicando attraverso discorsi e contrasti l’angoscia infinita della loro condizione. Una sorta di “introduttore” li fa entrare uno per volta, concedendo poche e misteriose spiegazioni circa il luogo e il tempo in cui ognuno degli ospiti viene introdotto. E’ in questo personaggio, che per poche volte e con esigue e sibilline battute è partecipe del testo, che si cela il mistero a cui Sartre non ha voluto – o saputo – rispondere. Se chi introduce alla stanza spoglia i tre personaggi ha degli ordini da rispettare e con soave atteggiamento elude le richieste di spiegazione da parte di ciascuno che arriva, da chi è mandato? Non presuppone, proprio questo “introduttore”, l’esistenza di un “qualcuno” che ordina, giudica e decide?

Ma a un autore di teatro si può chiedere di avere attitudini alla scena, non di filosofare – Pirandello è un esempio lampante di questo divario – e quindi non chiederemo oltre alla coerenza di Sartre.

Ennio Coltorti ha accettato una proposta di Anna Clemente Silvera, non nuova alle scene, di cui si ricorda un “Duras mon amour” firmato da Gennaro Colangelo un paio di anni fa: rimettere in scena il famoso testo sartriano, verificarne la tenuta. Coltorti aveva molto amato “Ritratto di Sartre da giovane”, un mio testo che percorreva l’ampia tematica del filosofo francese sia sul piano dei romanzi che dei saggi politici, del teatro e della vita privata insieme a Simone de Beauvoir con alcune digressioni ai suoi amori di fanciulle, e qualche anno fa lo aveva messo in scena con notevole riscontro. Il ritorno a Sartre lo ha entusiasmato, tanto da trasformare Stanze Segrete in uno spazio “Saint Germain” d’antan.

Nello splendore velato di un perfetto rettangolo Garcin, Estelle e Ines si stagliano  scultoreamente pronunciando come lame affilate le loro frasi gli uni agli altri, talvolta, secondo l’andamento drammaturgico creato dall’autore, tentando approcci che vorrebbero evocare affettività un tempo realizzate, ma invano! prevale l’insofferenza, l’odio, la dura necessità di sopportarsi in eterno. I personaggi sono stati portati a lucidità espressiva dall’impegno appassionato degli interpreti. Anna Clemente Silvera – Ines – si cala con esemplarità nella sua lesbica con movenze e sguardi di epoca esistenzialistica, quando l’evidenza contava  nel rivelare l’intento sessualmente proibito, e ne fa un archetipo molto Bacon. Adriana Ortolani – Estelle – evidenzia la sua femminilità in una procace “femme” anni Cinquanta tutta sesso e rimpianto a cui una certa malizia bambinesca nel tentativo di un approccio difensivo verso l’unico maschio imprime un tocco speciale. Coltorti ha in mano il suo personaggio nelle ambiguità inquietanti di un rigurgito di coscienza – l’unico personaggio che paia rendersi conto di quanto ha compiuto e di che cosa gli sta succedendo -; la sua è una consapevolezza che  si estende all’intero percorso registico da lui compiuto, con estrema capacità di sintesi e di metafora.

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