AL DI LÀ DEL MURO

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di Massimo Roberto Beato

regia di Elisa Rocca e Jacopo Bezzi

con Sofia Chiappini e Pavel Zelinskiy

musiche originali di Giorgio Stefanori

produzione Compagnia dei Masnadieri

5-17 novembre 2019

Roma, Teatro Spazio 18b

Maricla Boggio

La scelta di Massimo Roberto Beato, per la sua pièce, della data 2089 è un segno preciso, è il centenario dalla caduta del muro di Berlino, in cui un altro muro fa da scudo alla libertà dei popoli, escludendoli dallo spazio circoscritto del suo interno, in cui le superpotenze si trincerano creando un nuovo stato, Eutòpia.

Molte le metafore che l’autore inserisce nel suo discorso fantascientifico, allontanandolo da un realismo riduttivo, e lanciandolo in una dimensione simbolica, di luogo desiderabile e difficilmente raggiungibile se non attraverso un complesso ed intricato “gioco” di elementi da rispettare per chi volesse ambire ad entrare, in quel luogo sognato, dove il dictat dei padroni varia a capriccio cambiando le regole di volta in volta e illudendo chi spera di aver rispettato le richieste per entrare.

A emblema di chi aspira a raggiungere il desiderato luogo di vita sono due giovani che si incontrano per caso, una ragazza serba e un ragazzo russo. Per i due  personaggi, mirando alla loro volontà di vivere e di essere liberi da ragazzi di oggi,  Massimo Roberto Beato ha scritto il suo testo: è la loro reale gioventù, che rappresenta l’aspirazione di tutti i giovani a raggiungere un’esistenza libera e capace di sviluppi, ad aver riempito di sentimenti e di ipotesi operative la struttura politica del dramma, che si sviluppa nel corso di un tempo indeterminato, ma lungo a sufficienza per dare agli spettatori il senso di una marcia infinita di sofferenze e di disagi, di illusioni e di speranze, che accompagnano l’itinerario drammaturgico dall’inizio alla fine.

Un lungo dialogo si sviluppa attraverso i due protagonisti, che si presentano in scena alla fine di un percorso cominciato parecchio tempo prima, prigionieri in attesa di una conclusione prevista come infausta e carica di torture. In alcuni flashes-back si ripercorre la tormentata sequela vissuta dai due. Insieme a creare un nucleo familiare, premessa necessaria per un punteggio che dia maggiori possibilità di riuscita ad essere accettati al di là del muro, sono poi atrocemente disillusi da regole che ne invalidano la volontà di resalizzare quel nucleo familiare. Lei, incinta ma troppo avanti per essere ammessa al di là del muro, tenta un aborto pur di rientrare nella categoria dei prescelti. Lui racconta di aver fatto abortire una sorella stuprata, ma di averla così portata alla morte. Lei confessa di aver ucciso il padre per ottenere qualche punto in più per quel diritto ambito a superare il muro. Esempi assommati in una situazione di terrore e di angoscia, che l’autore ha creato per dire quanto il timore dell’esclusione e la volontà di mettersi al sicuro cambino il comportamento delle persone, mutandole da esseri umani in mostri capaci di delitti nei confronti dei propri simili. Il buonismo è bandito in questo universo di paura, dove si immagina che, anche al di là del muro, in quello Stato che dovrebbe essere paradisiaco, non c’è che perfidia e volontà di esclusione dell’altro. Lo dimostrano le disperate affermazioni dei due giovani, interrogati da voci impietose e costretti a ricevere ad ogni risposta altre afflizioni. Che rispondano ciascuno nella propria lingua – serbo e russo -, di un paese escluso dallo stato di Eutòpia, è un’idea che aggiunge al clima disperato un tocco di maggior verità e di sottolineata discriminazione.

Ricordano, i due infelici, certe scene delle persecuzioni dei partigiani da parte dei fascisti, e imprimono verità al disegno della struttura. Sofia Chiappini delinea con accenti sicuri la sua complessa figura di profuga, mentre Pavel Zelinskiy pone gli accenti di una disperazione senza limiti accanto a certi momenti di delicata sentimentalità. Tali giustapposizioni e intrecci sono opera  della regia, congiunta ma riconoscibile nella sua dualità differenziata, da parte di Jacopo Bezzi e di Elisa Rocca, con un intento di riuscita attuazione. E le musiche di Giorgio Stefanori evocano una temperie di tragiche risonanze fra burrascosi temporali e percussioni ossessive rafforzando il già suggestivo clima del dramma.

Quando ormai tutto appare perduto, il muro cade, come a un certo punto della Storia tutti i muri di questo mondo, e la nascita di una bambina emerge come segnale di un rinnovamento epocale destinato a liberare i popoli oppressi, ristabilendo per il futuro la possibilità di una convivenza liberata non solo da quel muro simbolico, ma da ogni muro di discriminazione.

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