ALEIDA E IL CHE – L’AMORE AL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE

di Maricla Boggio

con Ennio Coltorti, Jesus Emiliano Coltorti, Adriana Ortolani

regia di Ennio Coltorti

Teatro Stanze Segrete,

9 – 28 aprile 2015 (con Matteo Fasanella in sostituzione di Jesus Emiliano Coltorti)

4-21 febbraio 2016 (con Jesus Emiliano Coltorti)

Enrico Bernard

La struttura delo spettacolo verte infatti su una narrazione a due voci: da un lato quella narrante impersonata da Ennio Coltorti nei panni apparentemente candidi di un cronista che ripercorre le tappe salienti della biografia del Che come in una sorta di cristologia laica, dall’altro la narrazione intima, il diario piú segreto e intimo di Aleide, incarnata da una convincente Adriana Ortolani, che del Che fu prima compagna di guerriglia nella rivoluzione cubana, quindi segretaria personale, amante e moglie in seconde nozze.

Ne scaturisce cosí il racconto di un grande duplice amore e di una grande doppia fedeltá: agli ideali rivoluzionari, come ai propri sentimenti vissuti e realizzati dal Che nella sua vita sempre dedicata, anche prima della svolta marxista quando si dedicava come medico alle popolazioni indigenti del sudamerica, all’amore per il prossimo, come un Cristo redivivo.

Le bellissime sequenze fotografiche che accompagnano la rappresentazione, usate come flash di frammenti dell’esistenza sparate a raffiche di un mitragliatore di emozioni, accompagnano le entrate ed uscite di un Che, impersonato da un credibile Matteo Fasanella che sostituisce Jesus Emiliano Coltorti (giá ottimo interprete dell’edizione estiva ma bloccato da un’indisposizione).

Vuoi per l’atmosfera pasquale, vuoi per lo spazio limitato che si dilata a dismisura per la scenografia che sembra trasformare il teatrino, se non in una cattedrale senz’altro in una piú scarna Pieve con tanto di altare, si assiste in realtá ad una sacra rappresentazione del martirio di Cristo. Non si puó infatti non cogliere la somiglianza fisica, spirituale e ideale – anche nelle passioni umane – tra questo Che Guevara di Maricla Boggio e Gesú Cristo. Un parallelismo che si riallaccia ideologicamente al pasoliniano Vangelo secondo Matteo su cui mi sembra puntare anche l’oculata scelta registica di Coltorti che ritma i tempi dello spettacolo come una funzione religiosa. Si spiega cosí il finale giocato nel soppalco del teatro, in alto, quasi come un’ascesa dopo la via crucis del Guevara-Gesú verso il monte della crocefissione e della fucilazione per l’eroe rivoluzionario. Ma anche dal punto di vista testuale si intuisce la chiara intenzione di Maricla Boggio di sottolineare l’importanza dell’accostamento delle due grandi figure, Cristo e il Che, della storia dell’umanitá, sulla scia di quella “teologia della liberazione“ che, in America Latina, ha comportato la svolta sociale e socialista della chiesa progressista, a partire dal vescovo Helder Camara – a sua volta martire della violenza fascista.

La scrittura densa, fortemente evocativa e al contempo asciutta di Maricla Boggio, assecondata da una regia essenziale, con gesti filtrati e limitati all’indispensabile, con i tempi precisi di entrate ed uscite che sembrano battere come lancette di un orologio le varie stazioni della via crucis del Che-Gesú Cristo, danno il senso di questa sacra rappresentazione in cui si parla anche di amore, anche di sesso, anche di morte e di risurrezione per un superiore ideale umanistico. Lo spettatore é come proietatto, non solo per lo spazio teatrale che tende a coinvolgere e ad inglobare nella rappresentazione il pubblico, nel “cuore” dell’uomo che batte per gli altri, per i poveri, per i campesinos, per la gente da aiutare, pur nell’emozione della passione erotica e amorosa alla quale peraltro il Che restó fedele per il resto della sua vita.

Ed é proprio questa duplice velocitá del cuore, questo doppio circuito sanguigno che dall’amore terreno e dalle passioni umane si eleva idealmente, a far ripensare al concetto dell’amore “erotico” teorizzato da Sant’Agostino che riconosceva la dimensione umana, carnale e passionale dell’amore per Cristo. Amore per Cristo, ma anche oltre la spiritualitá ultraterrena, nel senso dell’incarnazione dello spirito nella materia e nella carne, nel sangue, amore di Cristo per l’umanitá, per gli ultimi, per i poveri e, non ultimo, per Maddalena.

Un perfetto equilibrio tra spirito e corpo che possiamo ritrovare in un’altra immensa figura di “rivoluzionario“ e “passionario“, San Francesco. Ecco allora confermarsi questo paragone tra Cristo-Maddalena, Che-Aleida, anche in questa terza unione “sacra”, quella di S. Francesco-S. Chiara: tre uomini che hanno trasformato la loro vita in una missione per la salvezza del prossimo, una missione da compiere e ultimare attraverso il martirio o la totale abnegazione, accompagnati dal “sentimento amoroso” in quella perfetta fusione erotica di estasi divina e sensibilitá fisica.

Maricla Boggio non é del resto nuova a muoversi drammaturgicamente in un contesto in cui il sacro viene letto come un elemento di completamento dell’umanitá, come comunione di uomini attraverso l’unione di spirito e corpo: il concetto di “laica rappresentazione” ispira infatti buona parte del lavoro drammatico dell’autrice.

Cosí la regia accurata, densa e precisa di Coltorti trasforma perfino il personaggio del narratore da lui impersonato in un ruolo sacerdotale, officiante un rito commovente, una sorta di sacra rappresentazione di Pasqua, in cui la via crucis del comandante Guevara, il suo amore per l’umanitá, nonché il suo amore per la donna della sua vita, si fondono in un suggestivo rito che potrei definire di liturgia della rivoluzione. E non é un caso che lo spettacolo abbia debuttato proprio a Todi, la cittá di Jacopone, il frate-poeta autore di laudi drammatiche che sembra a volte trasparire ideologicamente dalla voce volutamente sommessa e coinvolgente del Coltorti-Narratore.

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