AMADEUS

COPERTINAAmadeus      Geppy Gleijeses Lorenzo Gleijeses

di Peter Shaffer

traduzione di Masolino D’Amico

con Geppy Gleijeses e Lorenzo Gleijeses

e

Giulio Farnese Gianluca Ferrato Roberta Lucca Giuseppe Bisogno

Anita Pititto Elisabetta Mirra Agostino Pannone

Brunella De Feudis Dario Vandelli

scenografo realizzatore Roberto Crea

costumi Luigi Perego

movimenti coreografici Ramune Chodorkaite

artigiano della luce Luigi Ascione

elaborazione musiche Matteo D’Amico

regia Andrei Koncialovsky

Roma, Teatro Quirino, 19 novembre 2019

Maricla Boggio

E un gesto a concludere la ricca serata del Quirino, due ore serrate a raccontare la storia del musicista Antonio Salieri che in prima persona rievoca, in un momento che ne precederà la morte decisa da lui stesso, il decennale contrasto fra lui e il geniale Wolfgang Amadeus Mozart, accolto alla corte di Vienna poco più che venticinquenne e subito riconosciuto dal potente maestro di cappella come inarrivabile creatore di quella musica a cui purtroppo lui aspira senza riuscire a scriverla, nonostante le preghiere rivolte a un Dio che non lo ascolta confinandolo alla mediocrità e che finirà per odiare.

Il gesto esula dallo spettacolo, ma è un momento di emozione vedere Geppy Gleijeses, interprete di Salieri, spingere davanti a lui, quasi gettandolo in platea, il figlio Lorenzo, – Amadeus –in un affidarlo al futuro, nel proseguimento del teatro come simbolo di emozioni eterne, che non si arrestano di fronte al trascorrere degli anni e alla caducità delle generazioni.

Fin dagli anni Settanta Peter Shaffer aveva scritto un suo primo “Amadeus”, ricavandone subito, a Londra, un successo clamoroso. Film, edizioni teatrali americane con la regia di Peter Hall, riscritture da parte dell’incontentabile autore si sono succedute nei decenni. Vent’anni fa ne firmò una regia teatrale, al Teatro Argentina, Polansky dirigendo Luca Barbareschi-Salieri e un giovanissimo Jesus Emiliano Coltorti-Amadeus. Adesso lo spettacolo risulta più addentrato in una riflessione che seduce gli spettatori, quella del genio inconsapevole e della razionalità che mostra i suoi caratteri negativi, la cui esasperazione si fa malvagità, cancellazione di ogni riconoscimento al bello in nome del proprio egoistico desiderio di primeggiare. Molto è inventato di questa ossessionata malvagità di Salieri a contrastare con subdola falsità un Amadeus innamorato della vita e di ogni suo piacere.

Il contrasto fra i due indica anche il mutare del gusto musicale del Settecento, la ricerca della verità dei temi, il gioco, il divertimento fino ad allora avvertiti come negativi rispetto alla serietà della musica più importante.

Tutto il racconto è tenuto da Geppy Gleijeses come un lungo sguardo all’indietro, una sorta di resa dei conti personale, in cui malvagità e ipocrisie non sono nascoste di fronte al momento ormai vicino alla morte, davanti a un Dio certo odiato, sfidato nella richiesta di ottenere anche lui un poco di quella genialità profusa ad Amadeus, ma pur sempre segretamente sentito come il proprio creatore.

Con vivacità di costumi, di un’epoca fedele ma reinventata nel sottolineare i caratteri, austeri o frivoli, gioiosi o austeri, si profila agli spettatori una complessa corte viennese, dove l’irruzione del giovane Amadeus sconvolge la rigidezza fobica in un contrasto spettacolarmente avvincente.

Gleijeses-Salieri impiega tutta la sua autorevolezza di attore maturo nel dialogare senza timori con gli spettatori in platea , confessandosi senza pudore. Mentre Gleijeses-Amadeus è una sorpresa, pur prevedibile oggettivamente circa il carattere del musicista, ma realizzato dall’attore con una straordinaria capacità mimica nell’esprimere fisicamente, nei gesti e nei ritmi vocali, tutta l’ingenua gioiosità del mitico personaggio.

Ben lo coadiuva Roberta Lucca, una Costanza perfino comica, pronta ad ogni spinta necessità – a gambe larghe e tono sbrigativo sta per accettare un amplesso con Salieri, pur di aiutare il marito in cerca di lavoro – che segue la sorte di Amadeus perseguitato dalla miseria fino a morirne.

Ci sono scene di grande bellezza, a cui la mano del regista Andrei Koncialovsky ha impresso la sua intuitività di artista di classe. Citerei il momento in cui Amadeus, delirante per la debolezza e la malattia, lasciato solo dalla moglie partita con i figli per sfuggire alla miseria, si ritrova davanti Salieri, più volte mascheratosi da quel nero fantasma che Amadeus crede di vedere nella sua mente sconvolta a preannunciargli la morte, ed ora venuto a visitarlo con l’apparente volontà di aiutarlo.

Avvolto in una lacera camicia, su di un tavolo come un letto di morte, Amadeus tenta di terminare quel “Requiem” che sarà il suo finale capolavoro. Ma gli mancano le forze per scrivere l’ultima parte. E sarà lui, nell’invenzione di Shaffer, piegato dalla bellezza di quella musica contro la sua volontà che la vorrebbe distruggere, a scrivere come un solerte scolaro, dietro la  febbrile dettatura del morente, quelle arie sublimi, di cui avvertiamo l’echeggiare delle note e delle voci. Sopra, Amadeus a dettare con una velocità che l’altro non riesce a tenere nella scrittura; sotto, Salieri prostrato, costretto a porre sulle pagine ancora bianche quelle parti che dapprima gli risultano incomprensibili, sbagliate, rivelando poi tutta la loro sorprendente, inarrivabile bellezza.

C’è ancora un seguito. La confessione finale di Salieri, che Gleijeses sdrammatizza parlando al pubblico mentre con gesti da esperto va radendosi con un lama affilata. Non la restituisce al barbiere, quella lama. Seduto sulla sua solita poltrona, di spalle, lo si vedrà alzare alta la lama per poi farla piombare  con decisione su di sé con un gesto inequivocabile.

Così finisce lo spettacolo. E sono poi i dilaganti applausi e dare calore, risate e felici consensi.

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