AMERICANI

di David Mamet

traduzione Luca Barbareschi

adattamento Sergio Rubini Carla Cavalluzzi

con Sergio Rubini Gianmarco Tognazzi Francesco Montanari

Roberto Ciufoli Gianluca Gobbi  Giuseppe Manfridi Federico Perrotta

scene Paolo Polli

costumi Silvia Bisconti

luci Juri Saleri

regista collaboratore Gisella Gobbi

regia Sergio Rubini

produzione Teatro Eliseo

Roma, 27 settembre – 30 ottobre

Maricla Boggio

Una trentina di anni fa – 1985 – Luca Barbareschi mise in scena per lo Stabile di Genova questo testo di Mamet, con lo stesso scenografo – Paolo Polli – e la stessa costumista – Silvia Bisconti – di quella edizione.  Sua oggi la traduzione, che italianizza, a cominciare dai nomi dei protagonisti, il clima degli affari in cui sono calati i protagonisti di un’agenzia di vendite di terreni – la Glengarry Glen Ross, suppongo –  i cui nomi appartengono a terreni vacanzieri anch’essi italiani, al posto di quelli della Florida che costituivano  l’oggetto delle vendite del testo originale.

E’ evidente il desiderio di dimostrare che il clima in cui si articola il “lavoro” dei venditori, proiettati a imbrogliare ingenui acquirenti dalle vite squallide, sia rimasto invariato come quando Mamet scrisse il suo pamphlet. Con più precisa volontà di allora, nella traduzione di Barbareschi tale clima è trasferito in Italia, attraverso i nomi e dell’agenzia di vendite e dei venditori, insieme a qualche interiezione e richiamo alla Madonna e simili, per offrire verosimiglianza di quel mondo di imbroglioni ad analoghe situazioni italiane. Una volta scelta questa strada, forse anche i comportamenti avrebbero potuto essere proiettati verso una dimensione più italiana, dove certo le disonestà esistono come in America, ma attraverso modalità espressive – come dire? – più fluide, forse ironiche, magari con riferimenti dialettali ecc.

Lo spettacolo, qui diretto da Sergio Rubini anche interprete del personaggio originariamente chiamato Shelley, funziona con ritmi da suspense, ereditando il titolo del film tratto dal testo e diretto da James Foley nel 1992. Ed è conseguente a tale scelta additare a titolo esemplificativo – “americani” – queste forme di  comportamento di reciproca volontà distruttiva, secondo ritmi e linguaggio iperrealistico tipici del cinema.

La complessa trama intreccia le azioni di cinque venditori, che con alterne vicende si condizionano a vicenda, talvolta in posizione preminente – quando pensano di avere in mano la fortuna – o diventando schiavi del compagno, quando cade l’illusione di un affare creduto ormai sicuro mentre è l’altro ad averti in mano.

Pur nella notevole riuscita dello spettacolo, in cui i dialoghi si susseguono con ritmi incalzanti e le sorprese sono sempre più sorprendenti spiazzando piacevolmente lo spettatore, si avverte questa distonia fra la volontà di “italianizzare” la situazione, per dimostrare che anche da noi la corruzione e l’arrivismo a tutti i costi esiste come negli USA, e il mantenimento inevitabile di tutto quanto appartiene all’universo espressivo americano, una sorta di crudeltà esaltata e dura, una forma di spietatezza “protestante”.

E’ forse il riconoscimento che per esprimere il disagio morale e la caduta dei valori della nostra società noi non siamo in grado di presentare dei testi adeguati, e dobbiamo attingere a quelli di autori come Mamet che il mondo dell’arrivismo economico lo hanno  portato acutamente alla ribalta. Se non abbiamo testi analoghi, bisogna poi risalire all’impossibilità di essere rappresentati scrivendo su temi di peso civile e politico se il testo supera due o tre personaggi, ed ecco allora gli autori di successo dall’estero…

Dopo questa riflessione va detto che l’impegno sostenuto da Barbareschi insieme al regista e ai suoi attori è vincente e il quadro, non solo morale, che ne emerge va riconosciuto alla bravura degli attori che si sono calati nei personaggi con una forte dose di immedesimazione condita con l’ironia di “dimostrare” un assunto emblematico. Così Rubini che si fa meschino o perverso, servile o dispotico a seconda di come tira il vento. Così Gianmarco Tognazzi, impassibile testimone della fragilità dei suoi compagni e a sua volta fragile. E Francesco Montanari – già “Roma” nella versione originale, simbolo della vacua vanteria da  emigrato italiano – spaccone “simpatico” e aggressivo per paura -, e Roberto Ciufoli e Gianluca Gobbi estremi di sfrontatezza arrivistica e panico esistenziale. Un encomio particolare a Giuseppe Manfridi che da autore di teatro si è calato in scena, dando vita a un personaggino di pavido e gentile frustrato, tutto tics e fobie, travolto dall’arroganza altrui, ma capace, lui solo, di reagire a quel clima di corruzione, e a tentare di salvarsi.

Il passo successivo che Barbareschi potrebbe fare è quello di cercare – o sollecitare – autori italiani che diano alla scena il nostro bel clima di corruzione che, crediamo, non manchi affatto.

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