ARSENICO E VECCHI MERLETTI

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di Joseph Kesserling

traduzione di Masolino D’Amico

con

Anna Maria Guarnieri Giulia Lazzarini

Maria Alberta Navello Mimmo Mignemi Paolo Romano

Luigi Tabita Tarcisio Branca Bruno Crucitti

Francesco Guzzo Daniele Biagini Lorenzo Venturini

scene Franco Velchi

costumi Chiara Donato

luci Luigi Ascione

musiche Matteo D’Amico

regia Geppy Gleijeses

Gitiesse Artisti Riuniti

Teatro Quirino, 7 gennaio 2020

Maricla Boggio

È stato davvero un innamoramento assoluto quello di Geppy Gleijeses per “Arsenico e vecchi merletti”, dal momento che scelse questa commedia per la stagione del 1992, chiedendo a Mario Monicelli di curarne la regia – la sua prima in teatro – e interpretando il ruolo di Mortimer, il giovane nipote delle due deliziose ziette, allora impersonate da Regina Bianchi e Isa Barzizza.

Raccontarla è inutile, la conoscono tutti. Le due gentili vecchiette che, deliziosamente accoglienti, fanno passare una dozzina di vecchietti da una vita solitaria a una morte piacevolmente raggiunta attraverso un rosolio avvelenato, appartengono all’immaginario del pubblico teatrale, così come il finale che, dopo infiniti coups de théâtre, rivela che il giovane Mortimer non è loro nipote, ma figlio di una cameriera e adottato da loro, in modo che la follia che ha toccato le due ziette e gli altri due nipoti non tocchi il preoccupato fidanzato che può così sposare la sua Giulia.

Questa volta le due protagoniste della inappuntabile pièce di Joseph Kesserling, unica da lui scritta e prodigiosamente diventata cult in tutto il mondo, compreso il film, del 1944, in cui era Gary Grant uno strepitoso Mortimer – sono due attrici che hanno avuto una lunga carriera teatrale, interpretando personaggi indimenticabili nella memoria di chi fa del teatro la base metaforica della propria esistenza.

Anna Maria Guarnieri diede vita ad Anna Frank nella Compagnia dei Giovani diretta da Giorgio De Lullo, e da quel ruolo adolescenziale in poi divenne l’interprete dei personaggi della più moderna drammaturgia di quegli anni, lontani soltanto qualche decennio, ma anche della drammaturgia trascurata fino ad allora e riemersa per la sua attualità tematica, come “La signorina Giulia” di Strindberg.

Giulia Lazzarini ha trasformato sé stessa nel corpo e nella voce a seconda dei testi che Strehler veniva assegnandole, in un ampio arco di figure che andavano – lei giovane ancora – dalla Sgricia dei “Giganti della montagna”, a protagonista maturata al di là dell’età nell’Ariel evanescente in cui Tino Carraro era il mitico mago, fino alla fervida “Elvire ou la passion théâtrale” della “Léçon” di Jouvet.

Qui entrambe mettono a frutto quella sapienza scenica che supera l’età e le mode, ed anche il livello delle battute, che certo sono inarrivabili nell’intento di stupire e indurre a un riso meravigliato per la sterminata serie delle trovate che si susseguono per ben due ore abbondanti senza un attimo di respiro, ma risultano in definitiva quelle che quasi sempre si prevede che si verifichino. In questa dimensione

c’è però ancora un margine riservato all’estro degli interpreti: scatta l’applauso quando una delle due protagoniste – Marta e Abby – introduce un’intonazione che gli spettatori non avevano previsto, o quando Mortimer mostra lo sbigottimento di una situazione incredibile e gestualmente la rende in scena: la parte, nel ’92, era di Geppy Gleijeses, ora è passata a Paolo Romano, ma la regia di Geppy gli imprime quello che negli atteggiamenti e nei ritmi delle battute erano tipicamente suoi.

È poi merito degli altri attori rendere omogenea questa commedia che ha percorso il modo intero suscitando nelle culture più differenti analoghi scatti di sorpresa e divertimento. Si ride a ogni notizia di un morto in più che va ad aggiungersi ai dodici delle due sorelle sepolti in cantina, e ha per autore il nipote Jonathan – un gigantesco Luigi Tabita – simile a un Frankenstein per via delle operazioni azzardate di un dottore – il sempre ebbro Tarcisio Branca –  suo compagno di delitti. E altrettanto a sorpresa è la innocua follia dell’altro nipote, ancora fermo alle guerre d’indipendenza – il bambinesco Mimmo Mignemi che scava le fosse in cantina -, mentre a Bruno Crucitti sono assegnate due parti di segno diverso, dal reverendo padre di Giulia al direttore della Clinica dove andranno tutti quanti dietro volontà di Mortimer e che sarà forse l’ultima vittima delle due irriducibili ziette. Alla terna degli agenti –Francesco Guzzo e Lorenzo Venturini si distingue per un racconto fiume di una sua commedia Daniele Biagini immemore delle tragedie che lo circondano.

Su questa linea che sfrutta la psiche umana e le emozioni individuali come fonte universale di comunicazione  risalta  Maria Alberta Navello, il cui compito è di sembrare un’ingenua e di essere invece furba, di fingere naturalezza e di agire con astuzia. Ognuno degli attori si inserisce in quel tipo di interpretazione che Geppy Gleijeses, nella nota al programma, ricordò essere da me definita, per una sua edizione de “La palla al piede”,”straniamento comico”. Soltanto attraverso questo tipo di recitazione, al di sopra delle righe quanto lineare come può esserlo il massimo della naturalezza, la commedia resiste agli anni e continua a conquistare il pubblico. Che ieri aveva come spettatore d’onore il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, certo memore di quelle due attrici ammirate in gioventù, e ieri sera sorridente come un bambino beato, circondato da spettatori plaudenti come lui.

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