ASPETTANDO GODOT

19 EN ATTENDANT GODOT-Luciano Virgilio, Antonio Salines,  Edoardo Siravo. Foto Andrea Gatopoulosdi Samuel Beckett
regia di Maurizio Scaparro
con
Antonio Salines, Luciano Virgilio, Edoardo Siravo,
Enrico Bonavera, Michele Degirolamo
scene Francesco Bottai
costumi Lorenzo Cutuli
disegno luci Salvo Manganaro
Centro di produzione d’arte contemporanea Teatro carcano
Roma, Teatro Parioli, 13 gennaio 2016

Maricla Boggio


“Aspettando Godot” rappresenta un mistero. Come i “Sei personaggi” pirandelliani, che non consentono altre scritture drammaturgiche.
Chiuso nel reiterare delle battute di Didi e Gogo a cui si aggiunge la reiterata presenza di Pozzo accompagnato dal servo Lucky, il testo ha una struttura ellittica che si sviluppa tornando daccapo al già detto, al già vissuto. Ma la ripetizione non è mai uguale al precedente; l’abisso si apre su di un crescendo negativo che quanto più scava nel pessimismo esistenziale tanto più trova una segreta opposizione nei miseri protagonisti, privi di ogni sostegno e tuttavia tenuti in vita da una speranza, di incontrare quel signor Godot da molto tempo atteso e sempre rimandato nella promessa di una visita.

Che Godot sia una deformazione di Dio, che si adombrino Cristo e i ladroni nei discorsi dei due derelitti è appena un segno di una delle innumerevoli ipotesi di significato che critici, studiosi e spettatori hanno espresso dal 1953 – anno della prima rappresentazione a Parigi -, senza dare mai fondo a possibili interpretazioni, le cui prime ascendenze tendevano a portare la scrittura beckettiana al clima esistenzialistico di quegli anni.
Maurizio Scaparro ha fatto piazza pulita delle sovrapposizioni che si erano incrostate sul testo e “lo ha letto”. E’ apparso allora come nuovo, terso e interpretabile secondo parametri poetici. A cominciare dai costumi, che offrono ai protagonisti un riscatto dall’abusato neorealismo stanislavskiano, per tingersi delle forme e dei colori della favola, metafora di un racconto al di fuori del tempo e destinato a suscitare terrori e sconcerti per poi planare in una fiduciosa attesa infantile. E non sono che fanciulli ingenui e delusi ma pur sempre tenuti in piedi dalla speranza di uno squarcio di cielo questi due Didi e Gogo, l’uno portato a filosofeggiare mantenendosi su di un comportamento di persona rispettabile nonostante i colpi del destino, l’altro ripiegato su se stesso e in continuo cedimento se non fosse per quel compagno di strada che lo sorregge facendosi a sua volta sorreggere.
I toni dei due attori hanno una limpidezza che induce all’ascolto, individuando in quelle loro frasi all’apparenza ripetitive e talvolta banali il segreto scavare dell’angoscia esistenziale, insieme a una disperata volontà di esistere e di essere amati, “salvati” dice Didi in un momento definitivo del testo. Sono poi altri due personaggi a portare un’ulteriore senso di inquietudine all’attesa di Didi e Gogo: Pozzo – quanto echeggia in quel nome Godot – e il suo servo tenuto a bada con insulti e frustate, che obbedisce a comando con mitezza partecipe, anche qui con un misterioso accenno alla vittima sacrificale, a cui poi si aggiunge il ragazzo messaggero dei ritardi di Godot nelle vesti di un pastorello di capre di evangelica simbologia.
Con chiarezza intellettuale Scaparro ha dato spazio alla parola apportandole quanto le era necessario per avere il suo posto in scena, non succube degli effetti sonori e/o scenografici, ma ispiratrice di un pensiero che qui si veste di teatro superando la rigida razionalità della filosofia, ma anticipandola, come le tragedie greche anticiparono i filosofi del V secolo.

Che non si possa più avere tragedia nel teatro contemporaneo è stato detto più volte, ma per avere tragedia non occorre far scorrere sangue, evento infinitamente ripetuto nelle cronache attuali e tuttavia sopportato con troppa indifferenza da tutti noi oggi. Tragedia è anche questo scorcio di attesa inappagata, e riscatto è questo rimandare la rinuncia a farla finita a un giorno dopo, perché forse un giorno dopo sarà quello dell’arrivo di Godot.

Con acuta sensibilità è stata fatta da Scaparro la distribuzione delle parti. Luciano Virgilio si è immedesimat in Didio con l’apporto del suo fisico in tutta la gamma dei toni persuasivi o autoritari, rassicuranti o allarmati di cui è capace. Antonio Salines ne è stato il contraltare come mai si era notato nei due personaggi, spesso confusi in analoghe intonazioni da registi di stampo neorealistico, e ha dato al suo Gogo una profonda, disperata e fanciullesca espressività. Stefano Santospago, con la sua divisa rossa e oro da domatore di leoni, ha fatto uscire dalla grettezza iniziale del suo personaggio l’”altro” di quella sua natura, il disperato abbattimento di chi cade essendo stato padrone, in una dimostrazione esistenziale che ha ascendenze shakespeariane. Una vera sorpresa è stato Enrico Bonavera nel ruolo del servo Lucky, che ha impresso nel monologo dirompente a cui è indotto dal comando del padrone una sorta di lucidità da filosofi parigini –Deleuze e Guattari? Sartre? Derrida?, o qualcosa comunque di quel mondo appena liberato dalla seconda guerra mondiale – , tanto da ottenere un applauso dove negli spettatori era di solito indotta una sorta di paziente attesa della conclusione.
Maurizio Scaparro, come alcune altre volte nella realizzazione dei suoi spettacoli, ha proposto al pubblico di oggi una possibilità di riflessione che travalica la soglia della rappresentazione e induce a riflettere confrontandosi, una volta fuori dal teatro, con la propria esistenza.

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