BALLATA

I SOLISTI DEL TEATRO
Rassegna diretta da Carmen Pignataro

Giardini della Filarmonica
Roma, 12 luglio

Parmaconcerti

Ballata
di Licia Maglietta
da Wislawa Szymborska

Licia Maglietta voce

Angela Annese pianoforte

scelta delle musiche Angela Annese
regia Licia Maglietta

Maricla Boggio

La “Ballata” di Licia Maglietta, un lungo percorso sonoro tratto dalle poesie di Wislawa Szymborska, è una sorpresa di espressività originale. Di solito anche gli attori più valenti incappano nelle poesie traendone esibizioni canore, ritmiche, sentimentali e/o di retoriche dizioni, per mostrare la loro valentìa a un pubblico a cui è doveroso offrire uno spettacolo consistente. Chi ne fa le spese è la poesia. Ne sono stati esponenti di spicco e di tutto rispetto Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi e, con una geniale divergenza sprofondata nella smemorata cancellazione del significato, attribuendo ogni valore alla phoné – come Lui diceva -, Carmelo.
Nella sua “Ballata” l’attrice si fa Wislawa. Non secondo connotazioni fisiche – quali poi sarebbero?, non è questa la cifra -, ma secondo i versi di Wislawa, che scorrono con una vitalità interiore che la traduzione ha avuto il merito di offrire attraverso un’agile immedesimazione nel contenuto/forma delle composizioni diaristiche.
Licia Maglietta ha un naturale talento mimico, Orazio Costa l’avrebbe prediletta se avesse potuto averla fra le sue protagoniste; lei forse non lo sa, ma è evidente che il verso muove il suo corpo che a sua volta modula la voce. E’ il suo un respiro che si fa suono ed espressione, sentimento e ironia, rabbia e meditazion;, il gesto non è mai eccessivo a dare il via all’impeto o alla riflessione quasi sussurrata – in questo caso il microfono è strumento che scompare nell’uso esatto di una voce che proviene dal suggerimento interiore.
A chi parla Wislawa-Licia? A se stessa, come fanno i poeti quando si interrogano, e al tempo stesso a chi legge e/o ascolta, come nel nostro caso, di ascoltatori-spettatori chiamati a un incontro segreto, della coscienza e del cuore.
L’onda del gesto alto accompagna la curvatura del corpo che si fa flessibile; se gli occhi si socchiudono la voce si fa sottile e ironica. Ma non manca di impeti di indignazione – la sua terra ha subìto orrori e i ricordi riemergono alla coscienza non più infantile, ormai consapevole.
Momenti privati, rievocazioni delicate, il mondo e l’essere pensante, un interrogarsi fluido sulla vita e naturalmente sulla morte, ma senza mai cadere nell’ovvio, con la consapevolezza della propria caducità e della propria insostituibile unicità di essere umano.
Quasi a offrire un respiro alla meditazione di quanto udito, la musica forte o leggera del pianoforte di Angela Annese alterna la sua presenza organicamente, talvolta sostenendo le parole, altre volte tacendo per riprendere poi, una volta che il pensiero poetico si conclude e richiede una pausa.

I Giardini della Filarmonica, un poco selvaggi da costituire davvero un luogo di raccoglimento e non un insopportabile parco curato da giardinieri-geometri, hanno accolto l’attrice come una loro abituale abitatrice, volata fin là dalle terre di Wislawa. I libri e gli artisti possono realizzare tali miracoli.
E Carmen Pignataro, che di queste magie è esperta essendo arrivata alla XX edizione della Rassegna da lei ideata, dei “Solisti del Teatro”, ne è con giusto merito la madrina.

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