BATTLEFIELD

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tratto dal Mahbahrata e dall’opera teatrale di Jean-Claude Carrière

adattamento e regia Peter Brook e Marie-Hélène Etienne

con

Carole Kremera, Jared McNeill, Ery Nzaramba, and Sean O’Callaghan

musicista Toshi Tsuchitori

musiche Toshi Tsuchitori

costumi Oria Puppo

luci Philippe Vialatte

Produzione C.I.C.T. – Théâtre del Bouffes du Nord

Roma, Teatro Argentina, 13 maggio 2016

 

Maricla Boggio

E’ l’essenziale, quello che il maestro Peter Brook offre con il suo spettacolo, per poche sere all’Argentina nel mezzo di una lunga e dilatata tournée che fino al 2017 si svilupperà in Europa e fuori. L’essenziale di una vita passata a comunicare con la scena teatrale il significato dell’esistenza, spogliata di ogni inutile sovrapposizione e chiacchiericcio.

E l’essenziale di un complesso lavoro di scelta e interpretazione che, partendo dal poema indiamo Mahbahrata, da lui rappresentato in nove ore di spettacolo al Festival di Avignon nel 1985, qui si condensa in poco più di un’ora, con un musicista e quattro attori in una scena spoglia, su cui sono posti un sedile per l’attore che suona un tamburo e pochi altri elementi su cui di volta in volta siederanno o si appoggeranno gli altri attori, ciascuno dei quali porterà a seconda della situazione rappresentata un mantello, una sciarpa, uno scialle, una tunica che ne caratterizzeranno il personaggio.

E’ simbolicamente un’operazione filosofica, quella di Brook, che ha rinunciato a certe forme espressive più volte da lui utilizzate con profonde intuizioni drammaturgiche nella messa in scena di testi come “La cérisaie” – Il giardino dei ciliegi, “Il flauto magico” o  “Sogno di una notte di mezza estate”. Qui a mettersi in nitida evidenza sono i grandi temi della vita che hanno superato gli stadi della riflessione legata a un personaggio, e si fanno emblematici dei temi essenziali dell’esistenza. Centrale nell’attenzione del Maestro è il perdono, senza il quale ogni azione viene vanificata e chi agisce non trova pace, anche se è il vincitore di una battaglia epocale. Così accade al Re cieco che in guerra ha avuto uccisi a migliaia i suoi soldati, ed anche i suoi cento figli, mentre il nuovo re, suo nipote, pur vittorioso, condivide la pena per i tanti morti costati alla conclusione del conflitto.

In mezzo a questa atroce vicenda bellica, si intrecciano storie che echeggiano le tragedie greche,  dal cieco re che richiama Edipo, a riferimenti che richiamano ai Vangeli e in particolare all’Apocalisse, al bimbo adagiato su di un cestello messo a galleggiare nel fiume, come Mosè, al colorito dialogo fra una sorta di mago-saggio e un uomo a cui è stato ucciso un figlio da un serpente che lui vuole ammazzare per punizione. Si instaura allora una sorta di indagine fra l’azione accaduta e la responsabilità di essa: l’animale non ha volontà negative essendo privo di coscienza, non può quindi essere ucciso per punirlo; né ha colpa la Morte che viene evocata come una creatura umana; soltanto il Tempo deve essere tenuto responsabile di quanto accade, e questa riflessione libera in un certo senso l’uomo dalla necessità di vendicarsi, ma lo avvicina al perdono, unico modo di rendere possibile l’esistenza.

La semplicità acquisita dagli attori in questi dialoghi riporta a una sorta di arcaico universo dove animali ed esseri umano comunicano alla pari, ed ogni riflessione prende valore se rapportata alla conclusione, del perdono come unica possibilità di serenità.

Si assiste a questa sorta di apologo morale come presi da un incanto che libera il pensiero dalle pastoie minimaliste del contingente e induce a sperare che un po’ di questa saggezza induca chi ha in mano le sorti del mondo a farne tesoro: ma questi “grandi” avranno tempo di vedere e di apprezzare lo spettacolo?  Peter Brook alla fine della rappresentazione è apparso sorridente, accompagnato in scena da Antonio Calbi, direttore del Teatro, e ha ricevuto dal commissario Tronca la Lupa capitolina, un premio ad attestare al grande Maestro un suo apporto di pace, al di là delle sue capacità artistiche.

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