BUSCETTA santo o boss?

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di Vittorio Cielo

con Ennio Coltorti

e Matteo Fasanella

idea scenica Ennio Coltorti

disegno luci Iuray Saleri

costumi Rita Forzano

musiche Nicola Alesini

regia Ennio Coltorti

Stanze Segrete, Roma, 24 ottobre 2018

Maricla Boggio

Su due delle quattro pareti dell’angusta stanza in cui sta avvenendo un interrogatorio, dei vetri attraverso cui si può spiarne l’interno da parte degli spettatori che stanno al di fuori suggerisce una sorta di “candid camera” da sedute psicoanalitiche, in cui chi è all’esterno assiste a quanto si svolge dentro: è questo l’ambiente ideato da Ennio Coltorti per “Buscetta – santo o boss?” scritto da Vittorio Cielo e da lui interpretato e diretto, insieme a Matteo Fasanella nel ruolo del funzionario FBI.

Perché quanto Vittorio Cielo ha inserito nel suo testo è l’essenza di una lunga vicenda di mafia e di morti, di tradimenti e di connivenze politiche, e ancora oggi di misteri atroci e di interrogativi insoluti, anche se il protagonista ha contribuito ampiamente a sciogliere alcuni nodi delle vicende italiane mediante la decisione a rivelare le trame intricatissime di alcuni decenni della nostra storia.

Tale essenza si sviluppa attraverso la scelta, da parte di Cielo, di un momento agglomerante delle rivelazioni di Buscetta, quando accettò di rispondere a una lunga serie di domande da parte di un funzionario dell’FBI, negli Stati Uniti.

In un dialogo fra Buscetta e il funzionario si articola con intuitive semplificazioni e sintesi il complesso itinerario esistenzial-mafioso del protagonista, fin dagli inizi di povero pizzaiolo, al suo riconoscimento di “boss dei due mondi”, agli anni di carcere per droga, per avere il suo clou, ormai alla fine del suo potere, nell’incontro con Giovanni Falcone.

Fra i due uomini, così distanti per morale e concezione del mondo, dell’amicizia, dell’onore, parve stabilirsi, quasi per una segreta magìa, un’intesa generata da un reciproco rispetto. È in questa dimensione che si comprendono le rivelazioni del boss all’uomo di giustizia, ed è nella valutazione che Buscetta fa del giudice che si manifesta poi la sua accettazione di farsene interrogare, considerandolo un “capo” – uno quindi come lui, anche se lui non ha mai voluto essere considerato tale – mentre il pur solerte e capace Borsellino, a suo giudizio un capo non era.

È in questa invenzione del contenitore abbinato all’invenzione di una memoria che sintetizza un vissuto complesso e in parte indecifrabile che sta il segreto dello spettacolo, non documento tout court, né analogia con le innumerevoli performances di questi ultimi tempi, smaniose di portare al pubblico quello che già sa attraverso le cronache dei giornali e delle televisioni, senza nulla aggiungere al già approssimativamente saputo, quando poi non si tratti – ancora peggio – di tentativi di sostituirsi alla magistratura per tirar fuori una propria versione dei fatti con conseguente condanna o assoluzione degli ancora non passati in giudicato.

Qui Coltorti/Buscetta, quasi fisso nel volto intenso con appena un atteggiamento che indica una meditazione sofferta e maturata,e una voce piana e quasi leggera, che attinge al ricordo e ormai non grida, sdipana docilmente la sua versione dei fatti che è davvero così, non avendo più nulla da nascondere né da temere dopo le tante vicende della sua esistenza, segnata dall’uccisione per vendetta dei figli, da una rinuncia al proprio aspetto per una ricerca di altra identità, da un suicidio forse voluto forse agognato con una dose di stricnina, e dalla morte di quei due giudici  per tanto tempo nemici e poi forse riconosciuti portatori di un altro modo di vedere il mondo. Un mondo che Buscetta non vedrà, perché nemmeno oggi la mafia nonostante tutto non è ancora debellata.

Tutto lo spettacolo procede attraverso il dialogo fra Buscetta e il funzionario FBI, una scommessa difficile nel trattenere l’attenzione, con argomenti complessi e il solo uso delle notizie che ce li rivelano a poco a poco, facendo riaffiorare negli spettatori ricordi di processi e uccisioni, attentati e rivelazioni svanite nel nulla.

Se Coltorti sostiene con il tono di una sofferta saggezza il suo personaggio, con notevole dignità e coraggio lo asseconda Matteo Fasanella nel ruolo del funzionario: già  dimostratosi capace di personaggi difficili da lui stesso elaborati, oltre a un Che Guevara di mia scrittura, qui il suo funzionario si presenta con una semplicità acquisita, un tono che non sovrasta l’interrogato e al tempo stesso gli consente respiro.

Assai divertiti gli spettatori di essere messi a sedere con grande mistero davanti a degli specchi che li rinchiudevano come una morsa. Fiduciosi dei segreti di Stanze Segrete, si sono tutti fidati fino agli applausi sopresi e convinti.

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