CALDERON

Calderon di Federico Tiezzi -  foto di Achille Le Pera .01

di Pier Paolo Pasolini

regia di Federico Tiezzi

drammaturgia Sandro Lombardi Fabrizio Sinisi e Federico Tiezzi

con

Sandro Lombardi Camilla Semino Favro Arianna Di Stefano Sabrina Scuccimarra

Graziano Piazza Silvia Pernarella Ivan Alovisio Lucrezia Guidone

Josafat Vagni Debora Zuin Andrea Volpetti

e con la partecipazione straordinaria di Francesca Benedetti

scene Gregorio Zurla

costumi Giovanna Buzzi e Lisa Rufini

luci Gianni Pollini

movimenti coreografici Raffaella Giordano canto Francesca Della Monica

Produzione Teatro di Roma e Fondazione Teatro Toscana

 

Maricla Boggio

Dramma complesso, scandito in stasimi ed episodi come una tragedia greca, questo testo scritto nel 1967 da Pasolini mette in risalto la parola in teatro come comunicazione primaria, al di là delle emozioni e della partecipazione simpatetica che lo spettatore possa provare per la vicenda.

Pasolini parte da un testo di Pedro Calderòn de la Barca da cui assume alcuni personaggi chiave – Basilio, Sigismondo, Rosaura – decontestualizzandoli e servendosene come esponenti di una serie di situazioni che con l’originale hanno in comune la dimensione del sogno, inteso come sdoppiamento di sé e visione di una situazione esistenziale diversa da quella reale, in una prospettiva che considera il Potere come forza determinante per ogni individuo a mantenerlo nell propria condizione, senza possibilità di riscatto.

Su “Calderòn” si cimentò tre volte Luca Ronconi. Nel ’77 in una edizione radiofonica, che seguiva a uno studio sviluppato con gli allievi della scuola. Ci furono poi le edizioni teatrali, nel ’78 e nell’’80, a Prato. Ricordo che Ronconi aveva voluto svuotare la platea dalle poltrone; noi spettatori eravamo nei palchi, ad osservare l’ampio correre dei personaggi in quella lucida spianata, una scelta che scartava la scenografia e restituiva uno spazio mentale, dove la parola si dilatava rimanendo impressa a chi ascoltava, in una libertà espressiva che alleggeriva la concettualità del testo. Costumi ridotti al massimo della semplicità, e pochi trucchi.

In questa edizione firmata per la regia da Federico Tiezzi, che si è avvalso della preziosa e antica collaborazione drammaturgica di Sandro Lombardi, a cui si è aggiunto Fabrizio Sinisi, è stato messo in atto un apparato scenografico e di costumi assai ricco, anche se tenuto su di un rigore che lascia vasti gli spazi dell’azione e riduce al bianco e nero – tranne le eccezioni, come da copione, dell’Arlecchinetta-Stella e dell’Arlecchino-Pablo – i costumi che appaiono anch’essi come sovrastrutture ideologiche, dentro cui i corpi di alcuni personaggi si celano quasi non apparendo più vitali, ma come rappresentatività. Primeggia fra le figure Basilio – Sandro Lombardi, autorevole, misterioso, inquietante nei vari ruoli impersonati, che comprende anche lo Speaker iniziale qui assommato al protagonista. E sulla scia del suo stile di interpretazione si allinea tutta la compagnia, con un rigoroso rispetto dell’intero testo, quasi un omaggio a Pasolini, al di là del messaggio che talvolta sfugge nella complessità del dire e dell’argomentare. Lo stile della recitazione si carica di una dimensione grottesca in sintonia con i forti trucchi bianco-neri, specie nella prima parte, dove è evidente il riferimento all’epoca di Lope de Vega.

Epoca scelta da Pasolini, la Spagna del 1967, in pieno potere di Francisco Franco, ed anche l’anno in cui scrisse il dramma, anticipando certe inquietudini, speranze e delusioni che avrebbe portato il ’68 sul piano politico e sociale.

Tre in sostanza gli episodi base, definiti da un sogno, ciascuno sostenuto da una Rosaura. La prima, da ragazza ricca – la famiglia possiede terre edificabili intorno a Madrid –, vive un sogno che la sorella Stella le suggerisce di fingere di fingere di credervi. Questa Rosaura si innamora di Sigismondo, un ex amante della madre – Francesca Benedetti, troneggiante e dispotica nel trucco lunare di evocazione clownesca, una mater terribilis – e scoprirà che è suo padre.  Ma chi detiene il potere, chi “è” il Potere, è Basilio, Re e Padre, ostinato despota che si presenta ogni volta, ad ogni episodio, a tenere saldo tale potere impedendo a chiunque di liberarsi di lui, di mutare la sostanza della propria condizione.

La seconda Rosaura appartiene alla classe povera, è una prostituta dei quartieri bassi di Barcellona. Il suo sogno si raffigura come il sogno di una liberazione dalla sua classe sociale. Il giovane ricco che i compagni scaricano nella sua baracca perché venga iniziato all’amore è un affascinante sedicenne ancora vergine: la donna se ne innamora, lo tenta, balla con lui che non si lascia circuire pur sentendo per lei una forte attrazione. Quando il ragazzo sarà andato via e subentrerà, al risveglio dal sogno di Rosaura,  un misterioso sacerdote bizzarro, la prostituta-Rosaura verrà a sapere che si tratta del figlio da lei perduto appena nato e adottato da una facoltosa famiglia della città. Anche in questo episodio il Potere dimostra l’impossibilità di uscire dal proprio ruolo sociale, che come una condanna mantiene ciascuno dove la vita lo ha posto. Rosaura e il suo sognato rapporto d’amore impossibile è senz’altro l’episodio più teatrale del dramma, al di là delle dimostrazioni politiche e sociali perseguite dall’autore.

La terza Rosaura è una donna anziana, tormentata dalla pazzia. Scambia le parole, e simbolicamente si ribella, in termini lacaniani, alla legge del significante, lo sfugge in un vano tentativo di liberazione. Il letto dove si agita è ancora sempre quello visto nei due episodi precedenti, quando le altre due Rosaure – la giovane e la matura – sognavano e si risvegliavano deluse.

Il Potere qui è un marito che ristabilisce il dominio della borghesia riaccompagnando la moglie a casa, in qualche modo risanata da un medico un po’ basagliano. Il sogno qui è rappresentato da un giovane rivoluzionario che si distacca dal gruppo dei protestatari che si agitano sulla piazza, ed entra nella quiete borghese della famiglia: la donna ne è attratta, dialoga con lui simpatizzando con le sue idee rivoluzionarie. Ma svincolarsi dalla dimensione borghese è un sogno anche qui irraggiungibile, e il Padre-marito chiamerà la polizia denunciando il ragazzo.

A concludere questa serie di sogni, la cui caratteristica è di liberare le pulsioni mantenendo il reale senza cambiamenti, l’anziana Rosaura sogna di essere confinata in una sorta di lager dove i deportati vivono atroci sofferenze. Ma ad un certo punto – racconta la donna – vengono degli operai con rossi fazzoletti al collo, e li soccorrono, offrendo cibi, vesti e vino, e cantando.

Vale la pena di citare i versi con cui si conclude il dramma di Pasolini, che dopo tutto questo complesso sviluppo non si apre ad alcuna possibilità di riscatto futuro. Ed è qui, forse, il suo maggior limite, anche se non ci si devono fare illusioni sul futuro, e meno che mai nel potere di cambiamento portato dal teatro.

BASILIO

Un bellissimo sogno, Rosaura, davvero

un bellissimo sogno. Ma io penso

( ed è mio dovere dirtelo) che proprio

in questo momento comincia la vera tragedia.

Perché di tutti i sogni che hai fatto o che farai

si può dire che potrebbero essere anche realtà.

Ma, quanto a questo degli operai, non c’è dubbio:

esso è un sogno, niente altro che un sogno.

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