CASA DI BAMBOLA


I SOLISTI DEL TEATRO
a cura di Carmen Pignataro
X X edizione

16 luglio 2015,
Giardini della Filarmonica
Casa di bambola
quartettto da camera
di Henrick Ibsen
con
Mascia Musy, Stefano Santospago,
Alessandra Fallucchi, Federico Pacifici
musiche originali di Antonio di Pofi

Maricla Boggio

Un giardino dall’aspetto antico, un po’ incantato per quel selvatico che promana dalle siepi di mortella, da cui sporgono qua e là rose canine e campanule evanescenti; un vero giardino di una villa signorile, ben lontano dalle schematiche imitazioni comunali. Percorrono tortuosi sentieri sussurrando a mezza voce coloro che hanno accettato di venire in questo luogo insolito ed esclusivo ad assistere a un rito. E’ in uno spazio come questo che forse il teatro riacquista il suo carattere misterico la sua esclusività indicibile, il suo accoglierti al di fuori del mondo per introdurti a una dimensione altra. Maga benefica e costante suscitatrice di immagini e suoni, Carmen Pignataro ha qui il suo regno, che rinasce a ogni estate da un travaglio di parto che alla fine, dopo mille angustie, sempre riesce felicemente.

E’ così che quando sono entrati silenziosi emergendo dal buio i componenti del “quartetto da camera” nessuno si è stupito che la magia avesse inizio, e nel silenzio dell’attesa i quattro attori, vestiti semplicemente, talvolta manovrando il copione, spesso abbandonandolo nella foga del dire, hanno dato il via a questa sinfonia verbale che traeva spunto da Casa di bambola di Ibsen. Emanuela Giordano, che ne firma la regia, vi ha inserito epicamente stralci d’epoca, commenti legati alla morale del tempo, a cui coraggiosamente l’autore si opponeva con la sua Nora resa consapevole della propria personalità e ribelle alla sottomissione a un marito schiavo dell’ovvietà borghese. E ci furono grandi attrici, fra cui la Duse, che si rifiutarono di pronunciare la battuta finale, in cui Nora preferiva abbandonare i figli piuttosto che tornare ad essere succube di una società ipocrita.

La perfetta struttura del testo si mantiene solida nell’agile scorrere delle battute; senza sovrapposizioni scenografiche e costumistiche, appena sottolineate da un attento commento musicale di Antonio Di Pofi, a scandire l’incalzante susseguirsi degli atti. Non solo personaggi, ma esponenti di comportamenti legati al mondo dell’alta borghesia, già intravista nelle sue crepe corruttive, i quattro si presentano ne loro ruoli: il marito, autoritario e vezzeggevole, nelle due facce del pubblico e del privato, intransigente con gli altri quanto morbido con se stesso; l’amica scaltra e disposta a ricavare il suo posto nella società, ma anche capace di sentimenti generosi assai più che il sesso maschile; il dipendente della banca, costretto dal bisogno a comportamenti ricattatori ma infine cedevole di fronte a una possibilità di salvezza. Su tutti, Nora, l’apparentemente eterna bambina, dotata di una scaltrezza femminile nel mostrarsi come la si desidera, fino al momento in cui insorge, modello nuovo di un’epoca che si palesa sotto le spoglie non di una ardita suffragetta, ma di una madre di famiglia affezionata ai figli e al marito: è proprio qui che Ibsen si fa riconoscere come il vero anticipatore della liberazione femminile.

Va detto di tutti gli attori una adesione appassionata al testo, in una dimensione epica, dmostrativa, Stefano Santospago in continua alternanza di intonazioni autoritarie o carezzevoli, Alessandra Fallucchi, erede di antiche consigliere di stampo classico e qui anche lei antesignana femminista; Federico Pacifici, che imprime al suo tormentato personaggio toni di sofferta umanità. Spicca la Nora di Mascia Musy, la cui dolcezza naturale ben si inserisce nel personaggio, offrendo con ancora più forte sorpresa il ribaltamento della coscienza ritrovata e della difficile libertà scelta; ed è allora che il suo viso di placida dea lunare acquista lampi di incontrastabile volontà.

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