CECE’

di Luigi Pirandello
con Gabriele Anagni, Désirée Domenici Matteo Mauriello
scene di Bruno Buonincontri
luci du Sergio Ciattaglia

regia di Irene Di Lelio

Esame di passaggio al III anno del corso di regia
dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”
Roma, 28 settembre 2012
Teatro Studio Eleonora Duse di Via Vittoria

Irene Di Lelio coltiva da tempo, nonostante la sua età poco più che ventennale, una passione ragionata per Pirandello.
Già l’anno scorso, al primo anno di Accademia, fra le varie proposte che per il mio corso di Scrittura scenica avevo offerto agli allievi perché sviluppassero drammaturgicamente un testo teatrale partendo da una novella, fra Borges, Cecov, Morante e Pirandello, Di Lello scelse con decisione la non facile novella “La realtà del sogno”, irta di quei trabocchetti che la letteratura può permettersi, incurante di spazi, tempi, fantasie e numero di personaggi. La soccorse una innata, e culturalmente coltivata, propensione per i simboli, e utilizzando la dimensione del sogno a cui tutto o quasi si può permettere, ne ricavò un apprezzabile piccolo spettacolo, che aveva anche il pregio di non essere costato nulla, avendo usato per realizzarlo sedie e divanetti della Scuola, e costumi racimolati nei camerini del Teatrino.
L’esperienza grama di una rappresentazione calata in una delle stanze dell’Accademia si è quest’anno ammorbidita con la collocazione nel Teatrino della prova di passaggio al terzo anno della Scuola di regia.
Ciò ha consentito all’allieva di sperimentare le luci – Ciattaglia si è profuso nel valorizzare una scenografia scarna quanto sapiente – Buonincontri, si sa, ha sempre trovato il modo di ottenere spesso con mezzi esigui risultati significativi. Quell’incastro di specchi infranti, aguzzi e taglienti anche al solo vederli, fanno da parete ai divani e alle poltrone di un rosso luccicante, che come sangue dilaga fuori dalle strutture a fiotti di seta e induce a figurarsi un ventre lacerato, tormentato e sofferente. Ci si trova in un panorama di sapore liberty – “Cecé” fu scritto nel 1913 e anticipa nella tematica l’ultimo dei romanzi pirandelliani, “Uno nessuno e centomila” che ripropone, maturato e reso sublime dall’esperienza letteraria e umana, il tema della scomposizione, dello specchio infranto appena uscito dalla psicanalisi e del disorientamento morale che la constatazione del moltiplicarsi del proprio io genera nel soggetto pensante. Queste schegge che appaiono a tradimento, pronte a ferire e a riflettere, paiono pugnali, spade, oggetti di tortura nelle mani del protagonista. C’è, naturalmente, un gusto in più, che è il compiacimeto dell’imbroglio, la freddezza dell’esperimento che il giovane viveur Cesare Vivoli detto Cecé opera coinvolgendo – e ricattando – l’amico faccendiere Squatriglia venuto a compensarlo – con una bella mazzetta di denaro – per un favore certo “politico” ricevuto attraverso un “contatto” con un’alta personalità. Di Lelio ha fiutato il clima di quasi cento anni fa come analogo all’attuale, ché tale appare ascoltando battute, avvertendo sottintesi, e poco credendo all’onestà di Cecé che infatti poi si rivelerà ancora meno reale.
Ma Cecé non bada ai soldi, alla corruzione, al tornaconto. Il suo è un esperimento, lucido, mentale e tuttavia con la sua parte di dolore. La bella Nadia che gli si è concessa ignara della scommessa da lui fatta con degli amici, gli ha anche dato molto denaro in cambio di tre cambiali. Le restituirà allo Squatriglia rimasto a cavarsela da solo di fronte alla donna stupefatta e delusa, inventando ogni sorta di bugie sui comportamenti disonesti di Cecé, per darle la certezza di essere stata giocata. Ma quando Cecè, partito l’amico, tornerà a riabbracciarla, altre saranno le bugie che faranno credere a Nadia la buona fede dell’amante giocato da un pericoloso strozzino, che adesso lo tiene fra le sue avide mani. Eccola pronta, allora, a ripagare un’altra volta le cambiali, consolata dall’amore di Cecè creduto innocente. E le scene di reciproca seduzione sono ben architettate in un’invenzione geometrica di posizioni fra l’algida bellezza di Nadia – Désirée Domenici e l’impegno di riconquista di Cecé – Gabriele Anagni, assai calati nelle loro parti cittadine, insieme a Mauro Mauriello in un ruolo di stile paesano.
L’andamento dell’interpretazione complessiva deve trovare un ritmo più compatto per entrare appieno nel clima di questa ossessione, ma i tre giovani attori hanno seguito bene le indicazioni della loro regista, e a tutti quanti si può dire che, avendo appena seguito due anni di Accademia, hanno dimostrato di essere su di un’ottima strada.

I commenti sono chiusi.