CERCANDO SEGNALI D’AMORE NELL’UNIVERSO

Luca Barbareschi in 'Cercando segnali d'amore' DSC_7583.JPG MEDIA Foto di Bepi Caroli

di e con Luca Barbareschi

e Marco Zurgolo 5tet

Antonio Murro – Chitarra

Diego Imparato – Contrabbasso

Luca Mignano – Batteria

regia Chiara Noschese

vocalist Angelica Barbareschi

Produzione Casanova Teatro

Roma, Teatro Eliseo, 21 dicembre 2015

Maricla Boggio

E’ un vasto universo di segni, di simboli, di linguaggi e di personaggi  quello che Luca Barbareschi va tracciando nel percorso davvero astrale che ne sviluppa la vita attraverso episodi che si giustappongono in un crescendo narrativo.

“Mento per dire la verità”, dice fervido al pubblico e in questa affermazione contraddittoria sta il nucleo dello spettacolo, perché è da qui che emerge il teatro, la sua finzione e la sua realtà. Può dire tutto, di sé, della sua nascita a Montevideo frutto di un’emigrazione di strazianti distacchi parentali, della sua famiglia di matrice ebraica, del padre inconsapevole dittatore, della madre astratta e anaffettiva, delle zie supercattoliche, della sua solitudine di bambino trascurato in cui l’ironia trasforma ogni sofferenza in vitalità debordante. Può far ridere fino alle lacrime ridendo lui stesso, di sé e del mondo, insieme agli spettatori che vi si riconoscono nelle fortune avverse riscattate dai versi di Shakespeare. Può creare momenti di sospensione di tempo e di luogo rievocando violenze subìte in un’infanzia fiduciosa e rimpianta, può rivivere la commozione affettuosa per quell’amico povero così diverso da lui per condizione sociale, ma compagno di studi che gli ha aperto la strada del sapere, poi subito scomparso per una malattia atroce.

Tutto il racconto parte da una sorta di mitico nucleo esistenziale, in quel riconoscersi in uno Zeus che il padre Cronos voleva divorare, trionfante su di lui nonostante la previsione infausta, e infine, come la divinità greca, determinato a perdonare la violenza distruttiva del padre, pur con qualche sbuffo di insofferenza: “anche le ceneri da spargere metà nell’Atlantico e metà nel Pacifico?! “.

Intrecciato al discorso privato corre a sbalzi di successi imprevisti e di delusioni umilianti la carriera artistica. Incerta agli inizi nelle scelte che si nutrono di sogni e si accontentano di illusorie riuscite, va precisandosi nel tempo via via che si chiarisce nel suo vagabondare la determinazione ad essere attore. Attore che si ritrae dapprima nell’impegno accanto alla regia di grandi maestri – segue Puecher anche in America -, ironizzando invece su certi bluff stanislawschiani di supervalutati scopritori di talenti cinematografici, per poi spiccare il balzo non solo a recitare  ma ad essere produttore di se stesso.

Eppure, in questo ampio giro esistenziale, è il gusto di rappresentarsi e soprattutto di viversi in sintonia con gli spettatori il gioco che risulta vincente, in una scommessa che polverizza anche il tempo – due ore a tu per tu con la storia della propria vita, resa godibile anche nelle pieghe di sgradevolezze che si sfaldano nella risata. Così la débacle dei genitori divisi, e quella, ripetuta, delle sue relazioni sentimentali, a cui sopravvive, a dispetto delle separazioni di coppia, l’orgoglio per i figli – cinque, un maschio e quattro ragazze – di cui Angelica si manifesta sorridente esemplare, essendo maliziosa vocalist nello spettacolo insieme al bel gruppo di musicisti guidati da Marco Zurzolo.

E’ un bilancio di vita e di lavoro quello che Barbareschi offre al pubblico, una sorta di psicanalisi a cielo aperto dove può dire tutto perché il velo iridescente del teatro permette la sincerità inventata e l’invenzione sincera.

E quando le due ore abbondanti sono passate, la gente si domanda come abbia fatto, Barbareschi, a tenere il palcoscenico con tanto vigore e tanta voglia di raccontarsi e di ridere di se stesso, facendo ridere e perfino commuovere quelli che stavano dall’altra parte della sala.

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