CIRCO EQUESTRE SGUEGLIA

testo e musiche Raffaele Viviani

regia Alfredo Arias

con

Massimiliano Gallo, Monica Nappo, Tonino Taiuti, Carmine Borrino, Lorena Cacciatore, Gennaro Di Biase, Giovanna Giuliani, Lino Masella, Marco Palumbo, Autilia Ranieri,

e con la partecipazione di Mauro Gioia

musicisti Giuseppe Burgarella, Gianni Minale, Flavio Tanzi, Marco Vidino

Scene Sergio Tramonti, costumi Maurizio Millenotti, disegno luci Pasquale Mari, arrangiamenti musicali Pasaquale Catalano, coreografie Luigi Neri

Una coproduzione Teatro di Roma, Teatro Stabile di Napoli, Fondazione Campania del Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Roma, 4 marzo 2014

Maricla Boggio

Suscita una strana impressione questo spettacolo di Alfredo Arias, di cui ricordiamo molte rappresentazioni in anni passati, tutti improntati a una lievità di personaggi inventati, al limite fra esibizione e cabaret, con un che di tristezza sotto la gioiosità vitalistica della forma.

Qui Arias parte da un contrario, che è di sofferenza e di vita patita, che nonostante tutto mantiene ostinatamente la sua volontà di esistere e di gioire – il mondo sofferto e sublime di Raffaele Viviani – per offrirne una dimensione di incantata vitalità intrisa di magia: più che soffrire davvero, i personaggi indicano la loro sofferenza in una espressività epica, dimostrativa, dove la verità del pianto si fa coriandolo luminescente come l’acqua che scende dal catino sudicio e si fa meravigliosa cascata sul capo del clown. E

La dimensione epica, in questo Circo Equestre miserabile, è esasperata dalla descrizione che di esso viene fatta dal narratore-cantante -– Mauro Gioia con la classe di un “Gastone” da cabaret napoletano -, che tutto porta a una sorta di favola delle miserie umane, divenute insofferte, piccoli drammi comici su cui ridere. Al punto che il protagonista – Samuele, che Massimiliano Gallo interpreta con disinvolta capacità di coinvolgere il pubblico – scende anche fra la gente in platea e interroga gli spettatori, spezza l’immedesimazione sentimentale fra palcoscenico e sala, riconduce a quella sorta di tutt’uno che è caratteristica del circo e dei suoi fedelissimi.

E’ del 1922 la prima rappresentazione, dovuta allo stesso Viviani – allora nel ruolo di Samuele – che come era solito fare per i suoi spettacoli ne aveva elaborato anche le musiche, a orecchio come sapeva fare lui, autodidatta e creatore di melodie ispirate dalle più antiche canzoni partenopee.

Emerge del testo la coralità di un mondo scomparso, dove il tenace impegno singolo di questi artisti di circo a fare dell’arte lo scopo della loro vita si intreccia con le loro piccole storie di passioni e gelosie, invidie e generosità, in uno scontro che per metafora viene a rappresentare l’esistenza di ogni essere umano, in bilico fra vocazione e miseria esistenziale.

Difficile il racconto del complesso intreccio di amori e competitività che nel microcosmo del circo si fa feroce e spietato. Spicca fra le storie quella di Samuele tradito dalla giovane moglie che fugge dal marito distratto dalle sue creazioni artistiche con un amante spiantato; il rapporto sghembo fra la buona Zenobia, cavallerizza – Monica Nappo in bilico fra realismo e epicità – con Roberto sciupafemmine –Lino Musella fissato a una dimensione più realistica – conteso fra la madre e la figlia del direttore del circo – un trio familiare esemplare -; e la pettegola ma in fondo pietosa Bettina scrittora di lettere anonime per mettere in guardia Zenobia dai tradimenti del marito, qui interpretata da un Gennaro di Biase en travesti, e così via.

E’ senz’altro una rivisitazione, questa di Arias, nella sua chiave dove il mondo non è mai preso del tutto sul serio. Del resto il narratore cantante sottolinea tale dimensione dimostrativo – giocosa. Come un castello di carte il circo pare disfarsi davanti alle disgrazie che a più dei suoi protagonisti accadono, e sparisce in un labile spazio di tempo. Al finale Arias capovolge la cifra giocosa quasi esasperando l’autentica cifra vivianesca. Zenobia azzoppata dalla brutta caduta da cavallo vive mendicando; Samuele si arrangia con qualche piccola esibizione clownesca. I due si mettono insieme, ma senza passioni come avveniva nel passato, bensì in una sorta di solidarietà pietosa. E se ne vanno come i personaggini di Charlot, di schiena, sostenendosi a vicenda. Questo il finale scelto da Artias, a offrire agli spettatori la sua cifra pessimistica nonostante la festosità teatrale che lo caratterizza. Viviani terminava invece con una sorta di inno alla vita, di tenace riaffermazione di una volontà di esistere, con la dignità della propria forza di comunicare, di offrirsi agli altri attraverso quello che ognuno, nonostante le avversità, è in grado di fare. Forse questa interpretazione attuale rispecchia il pessimismo dei tempi. Ma l’epoca di Viviani non era certo rosea. Eppure l’ottimismo della ragione animava la sua poesia.

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