CONDANNATO A MORTE

sconosciuto

L’inchiesta da Victor Hugo

di Davide Sacco

con Gianmarco Saurino

Tradizione Teatro

con il patrocinio di Amnesty International Italia

Off/Off theatre, Roma, 3 febbraio 2019

Maricla Boggio

Davide Sacco ha una solida pervicacia nel sostenere le sue convinzioni sociali, che secondo il linguaggio scelto per svilupparle è quello del teatro.

Perché dopo lo spettacolo mi andava ricordando di avermi invitato a una rappresentazione di questo testo cinque anni fa, al Fontanone: questo stesso, con un altro interprete. Averlo perduto allora mi ha permesso di vederlo in questa nuova interpretazione, di Gianmarco Saurino, un attore che riunisce, nel realizzare il personaggio complesso del giovane condannato a morte, una precisa lucidità di esprimerne i vari momenti umorali e di inventarne i diversi interlocutori che gli si avvicendano nel corso della sua ultima giornata, insieme a una capacità di straniamento che induce lo spettatore a non cadere nella prevedibile commozione, ma a riflettervi su di un piano morale, che è quello dell’ingiustizia della pena di morte, a qualunque individuo, anche il più criminale, essa venga applicata.

Il testo base su cui Davide Sacco ha lavorato con sicuro taglio drammaturgico è “L’ultima giornata di un condannato a morte” che Victor Hugo, autore quanto mai proiettato alla causa dei diritti umani combattendovi in epoca assai difficile, ha scritto quando aveva più o meno ventisette anni, nel 1829.

Sul testo di Hugo, Sacco ha inserito citazioni che testimoniano in vario modo la necessità di eliminare dal mondo cosiddetto civile la pena di morte, e ne ha evidenziato l’incidenza attuale enumerando in più momenti dello spettacolo la quantità di paesi che ancora la adottano, l’ingente numero di esecuzioni che anche negli ultimi anni si sono tenute in più parti del mondo, segnalando anche le condanne in seguito scoperte su degli innocenti, fino al tragico numero dei suicidi nelle carceri, soprattutto italiane, sovraffollate di reclusi.

In unione con il lavoro drammaturgico, determinante alla riuscita dello spettacolo è la regia che realizza elementi minimi della scenografia – pareti nude, un tavolo, fogli di carta bianchi –  reiventandoli per ogni situazione e lasciando l’attore libero di rappresentarsi.

Nel lungo svilupparsi dei momenti di questa giornata infinita emergono i personaggi di un’umanità meschina e inconsapevole, che della propria miseria si fanno scudo per evitare la solidarietà e il giudizio. Forse qualche caratterizzazione di meno potrebbe dare maggior respiro a questa sfilata di umanità trista ed egoista, ma il monologo è un genere che più difficile non ce n’è, e Saurino vi si destreggia con calcolo disciplinato. Vale poi la pena di citare il momento in cui il condannato si trova davanti la sua bambina di tre anni condottagli per un ultimo istante di conforto, e non sono allora lacrime di commozione per l’incontro, ma un’ultima disillusione degli affetti, perché la bambina gli han detto che suo padre è morto e ogni sera lei prega per lui.

Di singolare sapienza in Hugo quel non aver voluto rivelare il delitto per cui il giovane è stato condannato. Non importa, all’autore che precorre i tempi – e recupera una sorta di cristianesimo laico – quale giustificazione si prenda lo Stato per quello che è pur sempre un delitto, che ogni civile società dovrà presto o tardi cancellare dalla propria legislazione.

Un bel trio, questo di Hugo accompagnato da due giovani di oggi, Sacco e Saurino, a cui auguriamo di proseguire con questo spettacolo davvero di livello.

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