CONVERSAZIONE SU TIRESIA

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di e con Andrea Camilleri

dallo spettacolo al Teatro Greco di Siracusa

al film

regia di Roberto Andò e Stefano Vicario

Maricla Boggio

Così essenziale nella sua umanità trasposta in un essere mitico, al centro dell’immenso teatro greco di Siracusa,  Andrea Camilleri gioca con il personaggio e con sé stesso, arrivando alla fine a dire che lui e il personaggio sono finalmente una cosa sola, dopo essere passato da interprete a personaggio e da personaggio a interprete.

È questa immedesimazione assoluta che conclude il gioco di un’ora e mezza sostenuto da Camilleri di fronte a una platea gremita quanto in una giornata in cui si fosse rappresentata una tragedia di Sofocle.

E di Sofocle parla Camilleri, ragionando su questa sua sfrontatezza a presentarsi nello stesso palcoscenico in cui il tragico greco fin da duemila e settecento anni fa vi era stato presente con le sue tante opere, di cui poche sono pervenute a noi.

Gioca e scherza, Camilleri, su quel complesso di Edipo che minimizza con ironia usata per ben accattivarsi il pubblico a una risata, che echeggia il famoso mito da cui Freud trasse quel complesso così dannatamente sfruttato e riferito come uno slogan. Ma non ci sta molto su, molti altri sono gli autori che vuol citare perché tutti gli appartengono, essendo lui, davanti al pubblico, veramente quel Tiresia dalle molte vite e dal duplice sesso, capricciosamente affibbiatogli quello femminile da Zeus per ben sette anni. La gravità del mito si scioglie nella risata, dove i luoghi comuni della donna dal cervello chissà come rispetto all’uomo si fa spettacolo sul volto del narratore, che impone attraverso la gravità strascicata della sua voce dall’accento siciliano tutti i passaggi del tempo e degli autori che sono dentro di lui, Tiresia magico, consistente in ogni creazione di autore antico e moderno. Citazioni greche si susseguono sullo sfondo vastissimo della scena, obbedendo a quanto dice Camilleri. E così Dante, che lo mostra con il volto rivolto indietro, perché proteso al futuro. E così nel viaggio in cui incontra Ulisse nell’oltretomba. E così ancora nei più vicini a noi eppur sempre adoranti l’antica ambiguità del personaggio, da Milton a Eliot adorante Ezra Pound che gli sintetizzò il testo inviatogli per un giudizio e che lui pubblicò così “corretto”, alla Virginia Woolf che Camilleri cita ammirato per quel duplicare nel corso del suo dire, da maschio a femmina con parole diverse e diversi pensieri. E il complimento all’autrice è un omaggio da gentiluomo che volentieri il narratore accorda a una donna, sappiamo come sempre lui abbia apprezzato ogni genere di dote femminile.

Si sviluppa così, per riferimenti e capricci, la lunga narrazione., Condotto come da una tenera madre e quasi sollevato da terra fino alla sua comoda sedia con accanto un lume forse portato dal suo studio, quasi presenza amica di collegamento con le sue sagaci conversazioni a legarlo al mondo, da Montalbano alle tante interviste che con bonomia e pazienza accordata giornalisti e televisioni, Camilleri, seduto al centro della scena e per niente sperduto, ma imponente perché affascinante ogni sguardo del pubblico e qui, nel film in primissimo piano, di faccia e di profilo con accanto un fanciullino di antica memoria tiresiana, padroneggia e spadroneggia attirando a sé ogni spettatore, trattandolo da singolo quale ognuno si sente in rapporto con lui.

Il tono è quello, una conversazione con ciascun membro – qualche migliaio – di una famiglia curiosa di sapere di questo Tiresia che è soprattutto il genius di Camilleri. Più volte accenna al fatto di essere cieco, nessuno se ne accorgerebbe: dietro le lenti giallo-scure gli occhi saettano accompagnando il ritmo alterno della voce grave e lenta strascicata quando non irruenta e pressoché temibile, foriera di sciagure, di voltafaccia di divinità temperamentose. Spariscono le divinità – dice a un certo punto – e appare la croce. Ma non ci sono da parte sua commenti particolari a questa apparizione, c’è un dato, la storia quasi si insinua a darne notizia, e non pare che su Camilleri questo arrivo influisca poi molto, nel suo razionale modo di essere al mondo, con il senso alto della giustizia, al di là di ogni religione o appartenenza.

Più o meno queste riflessioni mi sono rimaste, dopo l’attenta partecipazione ad ascoltare/vedere questo un tempo amico e collega di insegnamento all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, anche regista entusiasta di un mio testo portatore di una ventata di gioventù ribelle alla disgregazione della periferia romana. Giorni lieti, insieme ai giovani allievi attori. Ancora non Tiresia, quel Camilleri, e vedente in modo normale, non con la vista edipica della previsione mitica. Attore anche allora, come oggi, in panni suoi questa volta, non più delegando il suo estro di personaggio ad altri, ai giovani di allora che adesso saranno già maturi e che di lui hanno avuto in dono la curiosità di sapere e il senso di giustizia.

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