COSÌ PARLÒ BELLAVISTA

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dal film e dal romanzo di Luciano De Crescenzo

adattamento  teatrale Geppy Gleijeses

scene Roberto Crea

costumi Gabriella Campagna

luci Gigi Ascione

musiche Claudio Mattone

con

Geppy Gleijeses, Marisa Laurito, Benedetto Casillo, Nunzia Schiano,

Salvatore Misticone, Vittorio Ciorcalo, Parrizia Capuano,

Gianluca Ferrato, Elisabetta Mirra, Gregorio De Paola,

Agostino Pannone, Gino De Luca, Ester Gatta, Brunella De Feudis

regia Geppy Gleijeses

Roma, teatro Quirino, 15 gennaio 2019

Maricla Boggio

Premessa.

Quando Gleijeses-Bellavista si avvicina all’addetto agli incassi della camorra che gli ha appena comunicato la quota da pagare per il negozio del figlio e, faccia a faccia, gli chiede se gli convenga fare quel mestiere, irto di pericoli e di incertezze, basato sullo sfruttamento del lavoro di altri napoletano come lui, è il momento in cui nel clima giocoso e tradizionale di una Napoli affollata di scenette, di gags e di personaggini di antica tradizione si inserisce un giudizio morale, una intensa richiesta di cambiamento in nome della dignità dell’intero popolo napoletano.

Quella situazione camorristica, allora tristemente sopportata dai più, la si poteva pensare superata dai tempi, ma proprio di oggi è l’esplosione di una bomba davanti a una delle pizzerie più celebri di Napoli, dove lavorano tanti giovani e ci vanno numerosi i turisti e la gente della città. L’antica bestia è sopravvissuta.

E non basta illudersi, al tempo del libro di De Crescenzo, che in altri luoghi la situazione ne sia esentata, anche se nello spettacolo il giovane architetto, genero di Bellavista, ha  trovato un posto a Milano, in una grande impresa edilizia, libera da implicazioni camorristiche in omaggio a un Nord sano e lavoratore, soltanto un po’ noioso nelle abitudini di vita. Perché il pensiero corre a quella integrità morale superata dal diffondersi della malavita anche nel settentrione, magari più forte e apparentemente perbene perché più inserita subdolamente nelle strutture economiche e sociali del paese.

Questa riflessione va a merito di Geppy Gleijeses, che è riuscito a portare in scena un racconto di una Napoli autonoma rispetto a quella eduardiana, e pretesa a raccontare un’epoca più vicina a noi, anche se anch’essa superata.

Già al teatro San Carlo di Napoli, il 26 settembre 2018 i napoletani fecero una gran festa per il compleanno – novanta – di Luciano De Crescenzo, personaggio più che partenopeo, che i suoi libri fra il filosofico e il critico di una napoletanità esistenziale comico-tragica avevano reso celebre in tutto il mondo, facendo in modo che lo spirito napoletano inteso secondo questo duplice criterio – di riso e di sofferenza – assumesse la cifra della rappresentatività di un modo di esistere, secondo una certa filosofia.

Dalla scrittura di De Crescenzo era poi scaturito un film – che coinvolse anche Riccardo Pazzaglia ormai scomparso –  che ne riportava i tratti essenziali. La cifra teatrale è l’ultima – e forse la più difficile –  per la necessità di contenere spazi, tempi, personaggi nell’ambito del palcoscenico e della compagnia da impegnare in questa trasposizione.

Dopo il festoso soggiorno napoletano, l’intraprendenza di Geppy Gleijeses, insieme alla sua passione per tutto ciò che di napoletano si può realizzare in palcoscenico, ha portato lo spettacolo a Roma. E se il teatro è gemito di napoletani in fiduciosa attesa, sono anche gli spettatori di ogni provenienza ad aspettarsi il divertimento previsto.

Rapidi tagli di scene si susseguono con la disinvoltura di mostrare Bellavista, filosofo e maniacalmente legato alle tradizioni – fra cui la cura nel seguire la lavorazione della salsa di pomodoro da imbottigliare –, ma anche attento allo svilupparsi di una realtà nuova nella città – come i giovani emancipati, desiderosi di farsi una famiglia ma in lotta per un posto di lavoro – e non rassegnato, anche se realista nel considerare la camorra come una morsa difficile da eliminare.

Della sua professione di insegnante di greco il protagonista ha conservato non solo la finezza ironica del pensiero, ma anche la voglia socratica di condurre i suoi “allievi” – tra cui il vice-portiere, lo spazzino e un paio di giovani nullafacenti – al ragionamento, nel distacco dal contingente per una visione dell’esistenza di cui questi poco capiscono, ma che all’ascolto del maestro si illudono di far parte di un elevato cenacolo di pensiero.

Non manca un solido accenno alla radicale differenza fra questa Napoli dal morbido gusto esistenziale e una Milano tenacemente protesa al lavoro nell’ignoranza delle gioie della vita, che un appena arrivato esponente del Nord – di nome inequivocabile,  l’ingegner Cazzaniga – Gianluca Ferrato ben attento alla parte di rigido lombardo –  venuto a dirigere un’importante azienda con sede centrale nel nord – rappresenta in pieno.

Ma il pregiudizio si scioglie alla prima occasione: Bellavista  e Cazzaniga si trovano costretti, in un ascensore bloccata in aria, a conversare tra loro scoprendo reciprocamente le proprie migliori qualità, fino all’offerta di un posto di lavoro al giovane genero di Bellavista in una grande impresa milanese di costruzioni di un suo cognato, guarda caso tedesco. E l’invenzione scenografica dell’ascensore sospeso insieme ai rapidi mutamenti degli spazi davanti all’arioso intreccio delle scale del palazzo di via Foria è opera arguta e intelligente dello scenografo Roberto crea.

Arduo raccontare la trama dello spettacolo, in cui abbondano le occasioni per mettere alla prova le più singolari doti degli attori – ben quattordici –, tutti espressivi nei loro molteplici ruoli. Va però segnalata la presenza di Nunzia Schiano, che  strappa l’applauso nel suo dialogo da convincente a sempre più rabbioso con una lavatrice renitente che lei butta poi in mezzo al pubblico con un lancio stupefacente.  E manda in visibilio la scena chiamata del cavallino rosso, che Salvatore Misticone ripete più volte fra il pubblico in quel reiterato narrare che suscita infantile ilarità.

Marisa Laurito è l’anima perenne di De Crescenzo, nelle sue ironie agrodolci velate di sorriso e di perversità che si scopre poi bonaria. Benedetto Casillo è il dantesco vice-portiere ormai personaggio indelebile, com’era nel film, e tanti altri sono gli straordinari interpreti avvantaggiati da un dialetto che, come si sa, è una lingua a sé, con suoni e ritmi da misteri eleusini.

Trascinato a realizzare lo spettacolo che sembrava attenderlo senza via di scampo da un paio d’anni, Geppy Gleijeses, con piglio ipnotico e insieme scanzonato, lo ha fatto suo, sviluppandolo in un’aura di tempi passati, quando lui era Giorgio, il giovane genero – qui Gregorio Maria De Paola – innamorato di quella Patrizia – Elisabetta Mirra – che adesso è sua figlia. E ancora per molto tempo tutti questi personaggi saranno in scena, da qualche parte, a incantare gli spettatori.

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