COSI’… VI PARE

Così...vi pare - foto Le Pera 7

da Luigi Pirandello

( il Teatro da Camera di Cap)

scrittura scenica, installazione visiva, regia

Riccardo Caporossi

attori

Nadia Brustolon, Vincenzo Preziosa, Riccardo Caporossi

luci Nuccio Marino

collaborazione tecnica Alice Tentella

Teatro di Documenti, 16-27 Maggio 2018

Maricla Boggio

Un profumatissimo estratto da “Così è ( se vi pare)” è il perno dello spettacolo che Riccardo Caporossi ha ricavato scegliendo, del complesso testo pirandelliano i due monologhi-chiave in cui si dispiegano, come davanti a un tribunale, le ragioni dei due protagonisti: lei, l’anziana signora Frola, madre della moglie del signor Ponza, lui il signor Ponza, marito della figlia della signora Frola, o almeno da questa ritenuta tale. Convinti entrambi che a essere pazzo sia l’altro e non lui/lei.

Dopo aver evocato in un breve e penetrante monologo le qualità del teatro come spazio della fantasia, Riccardo Caporossi introduce in due distinti gruppi gli spettatori guidati da misteriosi individui-guida, facendoli assistere alternativamente ai due monologhi nei candidi anditi delle sale del Teatro di Documenti, raggiunte attraverso labirintiche scalette in salita vertiginosa o in discese ripide e anguste, metafora dell’animo umano e delle sue tortuosità.

Che sia prima – o dopo – l’ascolto dell’uno e dell’altro monologo che la voce piana e lo sguardo fra il sereno e il pietoso di Nadia Brustolon imprime alla sua signora Frola, o il contratto volto articolante dagli occhi penetranti che imprime al signor Ponza Vincenzo Preziosa, l’equazione non cambia nell’assunto complessivo che lascia nel dubbio chi dei due sia il pazzo: lei che crede viva la sua “figliola”, sposata una seconda volta da un marito perso nella passione per la moglie sottrattagli per riportarla alla salute e poi rimandatagli a casa; pazzo lui che non crede di avere in casa una prima moglie morta da anni, ma un’altra sposata in seguito e per pietà lasciata credere all’anziana signora che si tratti della figlia perduta.

Ma ciò che conta nello spettacolo ideato da Caporossi non è tanto l’indagare sul vertiginoso presentarsi dei due protagonisti di fronte al tribunale degli spettatori chiamati a sostituire il gruppo pettegolo della borghesia di provincia, quanto il decantarsi di una tragedia che traspare nel racconto di quel terremoto di Messina che distrusse famiglie intere e spezzò la mente di chi rimase in vita.

Il lento scivolare a terra di un telo nero su cui sono sovrapposti abiti e indumenti che via via spariscono in una gigantesca buca, induce con un brivido all’idea di una fossa comune di morti riuniti in un destino di umanità sparita con il terremoto, quella stessa umanità che i due protagonisti dello spettacolo hanno smarrito pur superstiti alla tragedia.

Assistere a questo decantato esporre di sofferenze private e personali induce a parteciparvi metaforicamente in una condivisione in cui il particolare muta, ma non la sostanza dolorosa.

Nel finale in cui Pirandello mette a confronto i due protagonisti, a cui la Moglie sarà per entrambi “Colei che mi si crede”, è un’ombra stampata sul pavimento e evocare la donna contesa, mentre un paio di svelte scarpe nere dal tacco alto e un cappello di paglia ondeggiante dal soffitto suggeriscono un richiamo fantasmatico. E ai due protagonisti, guidati, dal “mago” Caporossi non rimane che sdraiarvici sopra, a quell’ombra, pacificati e silenti, come in una tomba in cui tutti si ritrovano senza più contestarsi.

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