COSTANO CARI GLI DEI

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scritto e diretto da Giampiero Ciccio’

con Marco Rea

scene Valentina Bazzucchi

costumi Camilla Marceri

elaborazione musicale e collaborazione drammaturgica Fausto Ciccio’

movimenti coreografici Stefano Bontempi

mobilità delle Arti – Centro Culturale

Roma, Stanze Segrete, 29 marzo 2016

 

Maricla Boggio

Giampiero Ciccio’, appena visto nel suo “Lei e lei” dove era protagonista del suo testo, si mantiene, in “Costano caro gli Dei”, fuori dalla scena guidando Marco Rea in una complessa indagine sulla personalità di un marchettaro, ormai maturo dopo anni di prostituzione negli ambienti alti della società romana, chiuso in carcere dopo aver assassinato il raffinato signore che lo manteneva. L’autore ha voluto dare uno sguardo critico a un universo che appartiene al nostro tempo, e ha evocato in scena i temi de “La ricotta” di Pasolini e dei suoi “ragazzi di vita” degli anni Sessanta, quando queste realtà non erano ancora conosciute, anche se esistevano nel sottobosco delle metropoli.

Veniamo a conoscere la storia del protagonista attraverso una serie di rievocazioni che lo stesso ex ragazzo si racconta, in una sorta di allucinazione ribellistica in cui cerca di rassicurarsi sulla sua capacità ancora vitale di piacere, essendo rimasto una merce acquistabile nonostante l’avanzare dell’età. E’ quindi un’esaltazione del corpo che dà inizio al suo disperato monologare, un tentativo di sentirsi ancora in grado di restare sulla breccia, in quel mondo di disgraziati che nell’offrirsi a pagamento trovano il modo di campare.

La ristrettezza della cella esalta l’angoscia del recluso, che nel suo delirio di onnipotenza immagina di rivivere i momenti del suo potere sessuale nei confronti dei “vecchiacci” che se lo contendono, soprattutto quell’Oscar ribattezzato per scherno “Wilde” che viene richiamato in scena da lui stesso, in sgargiante vestaglia rossa, in un dialogo rivelatore di un distacco non realizzato, forse alla ricerca di una libertà sognata e impossibile.

E’ l’ambiente delle squallide periferie a ispirare Giampiero Ciccio’ in questo “quadro” di miseria e grandezza, di esasperazione e di follia, di auto-rassicurazioni  e di crisi. Marco Rea si muove costretto dallo spazio nella verità ricostruita di una cella che gli spettatori sentono come se anche loro vi si calassero, in una sorta di immedesimazione incombente.

Il momento della confessione del delitto costituisce il colpo di scena dello spettacolo. Anticipato da una denigratoria esaltazione della pittura realistica esibita sopra il pagliericcio della cella –partendo da quel Velasquez che il carcerato ricordava, di lui bambino, per il Crocifisso che vi grandeggia – è lui stesso, poi a sentirsi il crocifisso, in un’espiazione non accettata anche se subìta, della prigione. Ed è allora la ricerca dell’Altro per raccontare di sé, attraverso un vicino di cella – non a caso un Maomet, un diverso, anche lui recluso ed espiante –, delle sue pene confortate però dal riconoscimento di qualcuno che gli scrive, che insomma comunica con lui alleviandone la solitudine.

L’immagine che rimane impressa è quella del prigioniero a braccia spalancate, in un gesto che oscilla fra la crocifissione espiante e l’abbraccio di un mondo ancora da conquistare, una volta tornato libero. Infilato un paio di vecchie scarpe da tip tap da lui conservate in cella, l’ex giovane si inebria di quel ticchettìo fino ad ossessionarvisi nella ripetitività del suono e del ritmo. Immagine liberatoria o disperata ricerca di evasione, in questo suono sinistramente allegro si conclude la rappresentazione di un disagio alla ricerca della liberazione che induce gli spettatori ad applaudire convinti ed emozionati la difficile interpretazione, da parte di Marco Rea, di un uomo che in qualche modo tutti quanti rappresenta nella sofferenza e nell’emarginazione.

 

 

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