CYRANO DE BERGERAC

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di Edmond Rostand

con Luca Barbareschi

e

Linda Gennari

Duilio Paciello

Thomas Trabacchi

Duccio Camerini

Massimo De Lorenzo

attori

Valeria Angelozzi Federica Fabiani

Alessandro Federico Raffaele Gangale

Federico Le Pera Gerardo Maffei

Matteo Palazzo Carlo Ragone Alberto Torquati

e

allievi e allieve Scuola d’arte cinematografica Gianmaria Volonté

scene Matteo Soltanto

costumi Silvia Bisconti

luci Pietro Sperduti

musiche Arturo Annecchino

collaboratore ai movimenti di scena Alberto Bellandi

vocal coach Elisabetta Mazzullo

adattamento e regia

Nicoletta Robello Bracciforti

Produzione Teatro Eliseo

Teatro Eliseo, 6 novembre 2018

Maricla Boggio

È una gigantesca scorpacciata di divertimento questa edizione del “Cyrano de Bergerac” di Edmond Rostand che Luca Barbareschi ha voluto mettere in scena – adattamento e regia di Nicoletta Robello Bracciforti – per il centenario del Teatro Eliseo. Spettatori divertiti e partecipi, la lunga vicenda che ha per protagonista il cavaliere dal naso sproporzionato, realmente vissuto nel Seicento e divenuto l’eroe della commedia, si snoda con dovizia di scene – Matteo Soltanto, con l’incoraggiamento della regista ha dilatato lo spazio scenico specie in altezza decorandone fino all’altissimo soffitto le pareti di quadri antichi, quasi a rendere testimoni del dramma le casate nobiliari dell’epoca, inserendovi poi un gran scorrere di scale e palchetti, pedane e balconi – e con allegria di costumi, alcuni fedeli all’epoca della vicenda, specie nell’abito di Cyrano, quasi tratto da una pittura nella minuziosa tramatura, altri volutamente arieggianti l’attuale periodo storico, soprattutto quando irrompono in scena, non più eleganti, i cadetti di Gauscogna, ma soldati impauriti, affamati e sfatti di una guerra contro la Spagna destinata a produrre dei morti.

La scelta di Barbareschi è quindi quella di illustrare il famoso testo come uno sceneggiato dovizioso di dettagli godibili, di personaggi caratterizzati e di musiche e canzoni destinate a sciogliere ogni tensione nel segno di una sorta di musical, nei momenti in cui la passione o la tragedia, il duello o il gioco erotico lo richiedano.

Il fine che si cela sotto questa abbondanza di rappresentazione è senz’altro quello di far risaltare l’intelligenza acuta rispetto alla vacua bellezza, e a dare risalto a uno spirito libertario che della sua bruttezza fa un vessillo contro le piaggerie dei cortigiani e le ipocrisie e crudeltà dei governanti, tenendosi alla larga da cariche e sodalizi. E Cyrano/Barbareschi mette bene in evidenza questo profluvio di parole, prima finalizzate a controbattere la stolezza volgare di chi vorrebbe metterlo a disagio per quel suo naso, poi, facendole ardenti, a esprimere il suo amore per Rossana in sostituzione astuta e al tempo stesso disperata dell’innamorato di lei, quel Cristiano incapace di pronunciare anche solo una frase a manifestare il suo amore per la donna che ama e che lo ama, soprattutto per le parole evocative che le dedica.

Il tranello di Rostand è in questo ammaliare lo spettatore di fronte alla stratosferica bravura di Cyrano nel descrivere quanto prova nei confronti della donna a cui non oserebbe mai rivelare il suo amore a causa del famoso naso, protagonista di tanti scontri e duelli con chi ha osato prenderlo in giro per la sua forma dilagante.

È il tranello di commuoversi per l’amore segreto e irrivelabile del brutto di fronte al bello e sciocco, che sarà amato per sempre, dal momento che prima che il tranello si riveli morirà sul campo, pianto e rimpianto per i successivi quattordici anni dalla bella Rossana ritiratasi in convento. Dove finalmente senza rivali, ma pur sempre in devoto rispetto, Cyrano andrà a trovare la vedova bianca, che soltanto nel momento a precedere la morte dell’infelice cavaliere avrà la rivelazione che l’innamorato poeta è lui, e non il bellissimo defunto. Si può continuare ad amare un bel fantasma privo di parole? E si può amare il cavaliere brutto per quel suo poetare fatto di iperboli, di voli fantastici sul filo dell’illogicità del verso? I sensi, la carne e il sangue sono del tutto accantonati di fronte all’esigenza di concludere la vicenda.

Piangono personaggi e attori negli ultimi minuti di questa storia che, dopo aver tanto divertito per la sagacia del suo protagonista, spirito libero e infelice, ben più spiritoso e vero nei duelli a parole con cavalieri insolenti che in quelli mentali dell’amore, ne evidenzia la disperata tristezza, appena consolata da un riconoscimento della bella donna alle soglie della morte. Sono, queste ultime scene, le più lavorate da Barbareschi in una forte immedesimazione attorale non tanto sull’infelicità del personaggio, quanto – forse – nella dimostrazione dell’inutilità della parola che non riesce a rendere felici, ma soltanto a creare l’illusione della felicità.

L’incalzare dei versi martelliani – che credo di riconoscere nella traduzione famosa di Mario Giobbe, qui non citata – ben si addice all’impeto degli attori, specie quando l’atmosfera si fa calda e foriera di duelli, di provocazioni o di passioni erotiche. Cioè praticamente in tutto questo complesso percorso sostenuto con forte adesione e intenso lavoro dalla compagnia tutta, intorno al suo leader.

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