D’ANNUNZIO MONDANO

per gentile concessione di

Saltinaria

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IL D’ANNUNZIO MONDANO DI MARICLA BOGGIO

Articolo di Enrico Bernard

Che Pirandello non gradisse più di tanto D’Annunzio è cosa nota. Meschine rivalità autoriali, certo, ma anche una diversità di caratteri che sfociava nel rovello interiore in Luigi e in prosopopea lirica in Gabriele. Una diatriba dunque non solo dovuta a basse beghe di pollaio,  ma  anche ad una  questione di linguaggio e, conseguentemente,  al modo di come  rappresentare e criticare la società del tempo.   Celebre è  del resto la recensione di Pirandello (del 13 febbraio 1898 in Ariel)  a “La città morta”  in cui si legge che D’Annunzio “mettendosi a scrivere per il teatro, ha sentito innanzi tutto il bisogno di saltare agli occhi, di stordire con la straordinarietà dei proponimenti e del linguaggio”.

Naturalmente  il linguaggio (drammatico) di Pirandello ha prevalso sull’estetismo e formalismo dannunziano del quale rimangono nelle nostre memorie scolastiche  l’elegia La pioggia nel pineto   e il romanzo Il piacere.  Tuttavia ciò non toglie che la lingua  di D’Annunzio necessiti di una rilettura e anche di un recupero, in quanto non fine a se stessa   - ma enucleata nell’ambito di un’opera complessiva che non solo è “figlia” del suo tempo, ma si rivela anche come critica di mode e costumi. In effetti il Vate  riuscì nelle sue cronache mondane, da cui poi nacque il romanzo “romano ” Il piacere  il cui influsso arriva al Gambardella di Sorrentino e della Grande Bellezza,  a rappresentare con toni grotteschi,  quasi espressionisti,  e con ironia i signori e le signore, le dame e i damerini, i riccastri e i finti e presunti  nobilastri  d’accatto dei salotti romani, delle terrazze, dei balli e dei ricevimenti.

In questo contesto di recupero e approfondimento dell’attività di cronista mondano di D’Annunzio, secondaria ma non indifferente alla comprensione della sua opera “maggiore”,  si innesta la gustosa pièce di Maricla Boggio che ricostruisce alcuni divertenti  e – perché no? – piccanti episodi della vita romana raccontata dal Vate nelle sue cronache.  Tra svenimenti e parrucche, paillettes e gemiti, languide carezze e avances sfrontate, qui pro quo sessuali e di genere, Maricla Boggio incentra la sua brillante commedia intorno al narratore D’Annunzio intrepretato da un convincete e austero Massimo Roberto Beato che smaschera le pantomime,  le infiggardaggini, le affettazioni e le cocoteries di una società borghese che, come su un immaginario  Titanic, balla la macabra danza dell’avvento del  fascismo. Da cui D’Annunzio non sarà affatto indenne ideologicamente, intendiamoci. Il che tuttavia non significa che il Vate non  fornisca, volente o nolente,  una chiave per comprendere il contesto in cui è nato e il concime di cui si è nutrito il regime.

Il senso dell’opera della Boggio sta dunque non solo  nella leggerezza e nell’ironia dello spettacolo, ma soprattutto nel sottotesto storico che l’Autrice adotta per mostrare con delicatezza e solidità drammaturgica  il marcio schizzato da D’Annunzio nelle sue cronache ricche di sarcasmo e ironia. Senso del marciume spirituale e sociale che invece  il Pirandello,   anche fascista ma con  rovelli e ponzamenti, risolve in chiave di dubbio e fuga nella  follia.

Spassosa,  esilarante, l’interpretazione della tenutaria del bordello, una sorta di Madama Pace – tanto per fare la linguaccia a Pirandello – da parte di Jacopo Bezzi che dà vita ad  un personaggio da approfondire vista l’abilità dell’attore nel genere dei travestimenti e delle trasformazioni, come lo abbiamo già visto e apprezzato nei panni di Elton John o di Lucio Dalla in altro spettacolo.

La compagnia dei Masnadieri con Sofia Chiappini, Elisa Rocca e Alberto Melone, tutti bravi nei toni espressionisti, nel grottesco e nel tableau vivant,  prosegue così la sua ricerca drammaturgica nel genere di un teatro apparentemente di intrattenimento ma che di volta in volta rivela un percorso volto ad una ricostruzione di ambienti e di mentalità, di psicologie e costumi, del nostro immaginario collettivo  e del nostro tempo.

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