DANZA DI MORTE

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di August Strindberg

traduzione e adattamento di Roberto Alonge

scenografia Marco Rossi

costumi Maurizio Galante

luci A.J. Weissbard

suono Hubert Westkemper

regia di Luca Ronconi

Teatro Metastasio Stabile della Toscana/Spoleto 57 Festival dei 2Mondi

in collaborazione con Mittelfest 2014

Roma, Teatro Quirino, 10 maggio 2016

 

Maricla Boggio

Il nemico si ama più dell’amico. E più il nemico è vicino, più lo si odia e più se ne ha bisogno. Queste riflessioni di tipo psicanalitico ben si addicono ai personaggi di “Danza macabra” che August Strindberg ambientò in un reale isolamento – un’isoletta su cui si erge un faro, dato in custodia a un ufficiale – che diventa palesemente metafora di quel nucleo circoscritto che una coppia crea intorno a se stessa nell’impegno di vivere la propria solitudine alimentata da un reciproco impegno a distruggersi a vicenda, ricominciando daccapo ogni volta che pare che il punto di rottura sia inevitabile e i due debbano finalmente dividersi.  E’ questo il tema addirittura unico di questo testo strindberghiano, ben tradotto da Roberto Alonge che vi ha apportato anche poche modifiche tese a snellirlo e a concentrarlo.

Ma la perdita del nemico vanifica la volontà di esistere, rende nulla l’esistenza di chi, rimasto solo, non sa più a chi appuntare la propria frustrazione esistenziale, e non sapendo a chi dirigere la propria impossibilità di vivere. Quindi, i due continuano a stare insieme, in una alternanza di momenti di calma a momenti di scatenata ferocia, addirittura fisica, oltre che verbale.

La situazione di contrasto aumenta se si inserisce un terzo personaggio. Nel caso del testo strindberghiano si tratta di Edgar, un cugino di Alice, che venticinque anni prima l’aveva presentata a Kurt, un ufficiale di carriera, portando i due alle nozze. Di fronte alla presenza di questo terzo, in una situazione di solitudine in cui nemmeno il vicino di casa – un medico – li invita ad una sua festa pur essendo Kurt il capitano di guarnigione nell’isola, i due si slanciano sull’ospite che diventa una sorta di preda ai loro sfoghi bugiardi, alle loro pretese e reciproche malvagità, che senza ombra di pudore si scambiano di fronte all’allibito cugino.

Le efferatezze di cui ognuno dei due si mostra capace superano ogni previsione reale.

La denuncia delle atrocità commesse l’uno nei riguardi dell’altra e viceversa si moltiplicano con continui colpi di scena, ritrattazioni, ritorni indietro e ulteriori altre menzogne, in un parossistico crescendo che coinvolge anche il malcapitato ospite, dapprima impietosito di Alice, che crede vittima, al punto da farsi circuire da lei diventandone l’amante, poi terrorizzato quanto addolorato per la miseria in cui Kurt si trova, forse proprio a causa della perfidia di lei.

E’ un gioco al massacro, che i due con perfetta sincronia sviluppano, come due grandi attori a cui il pubblico eccita le capacità di interpretazione e di invenzione drammatica.

L’edizione del 2014, qui ricostruita, porta la firma di Luca Ronconi, che aggiunge al già velenoso dramma una sua caratteristica volontà di sottolineare le temperie negative. La recitazione di Giorgio Ferrara e di Adriana Asti è tutta scandita con pause che accrescono delle parole il significato umorale: sciolte da impressioni sentimentali, ne viene esaltata la corposa capacità distruttiva, del significato-nonsignificante.  Ferrara esaspera la condizione di malato del suo personaggio, con violente cadute da svenimenti multipli e aperture da orco della bocca, mentre poi avidamente si fa vampiro mordendo sul collo, e la moglie e perfino il cugino di lei. Altrettanto vampiresca è la Alice di Adriana Asti che imprime alla sua recitazione volutamente corriva e sfatta qualche brillìo fugace e sapiente di sapore comico: un veloce sbattere di occhi, una piccola smorfia sulle labbra, davvero brava. Anche Giovanni Crippa sta all’altezza dei due mostri, avendo in più, nel suo personaggio, un graduale mutare, da allegro e indulgente amico a connivente succube e infine a spaurito fuggitivo da quell’inferno, dove anche i mobili, scossi dalla tempesta che infuria sull’isoletta, si muovono nella suggestiva, infernale scena di Marco Rossi, sbandando di qua e di là.

Uno spettacolo forte e duro, un pugno nello stomaco, stemperato dalla consapevolezza che si sta recitando. Ma queste cose avvengono anche nella vita.

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