DI NOTTE CHE NON C’E’ NESSUNO

testo e regia di Luca De Bei

con Davide Sebasti, Azzurra Antonacci, Gabriele Granito

scena di Francesco Ghisu
costumi di Sandra Cardini
disegno luci di Marco Laudando
foto di scena Pietro Pesce

presentato da Gianluigi Polisena e Artisti Riuniti

Roma, Teatro Lo Spazio, dal 9 al 27 maggio 2012

Questi personaggi che cercano soltanto di fare quattro soldi per dimenticare la loro esistenza priva di qualunque scopo, perché cresciuti nell’abbandono delle famiglie, della scuola, delle istituzioni dello Stato in genere, esistono da decenni: sono gli abitanti delle periferie delle grandi città, il cui unico desiderio è andarsene di là, ma sono anche i giovani con genitori abbienti o addirittura ricchi, a cui la mancanza di valori della propria famiglia cinicamente protesa al potere e al denaro ha reso insensibili ad ogni sentimento e ad ogni finalità a cui aspirare.

Da decenni questi personaggi vivono peggiorando via via il loro livello esistenziale, che si rispecchia nell’uso sempre più greve e riduttivo, becero e scurrile, del linguaggio, nemmeno più dialettale quanto intriso di fonemi bestiali; e si evidenzia anche nel vestire, sempre più esibito e ridotto al fine di mettere in mostra una sessualità esasperata e stanca, ripetitiva e protesa ad un godimento fine a se stesso o strumentale, umiliato a espediente per un guadagno che già si sa breve, limitato ad una età di carne fresca.

Erano già così i personaggi di Pasolini, ma quanto intrisi di ardore poetico a voler vivere, dopo essersi fatti strumento, una vita tutta loro; erano così i personaggi del mio “Schegge – vite di quartiere” ben delineati da Andrea Camilleri nella sua regia per il Teatro di Roma, ma una speranza quasi pudica li riscattava dalle piccole ribellioni delinquenziali; e così i personaggi di Giovanni Testori, sublimi nella loro degradazione fanciullesca, e ancora altri di autori degli ultimi decenni. Ma in quest’ultimo arco di anni cresce la sordità ad ogni riscatto, la responsabilità personale si oscura di fronte alla colpa della società, e i personaggi rischiano di irrigidirsi sempre di più in un rifiuto al pensiero, alla volontà, al sacrificio in nome di un futuro costruito con le proprie mani.

Lo spettacolo di Luca De Bei “Di notte che non c’è nessuno” pone già fin dal titolo, e dalla sua forma linguistica, un preciso spazio di argomenti. Si tratta di un luogo-non luogo, come oggi si definisce quanto riguarda uno spazio dell’azione da collocare dove si vuole, perché ciò che interessa non è tanto la concreta appartenenza quanto la connotazione nel sociale. Questo non-luogo è uno stretto vialuccio contenuto da un muro ligneo da un lato e da uno scivolo sul davanti, con una buca nel mezzo dell’esiguo passaggio su cui stanno, per un bel po’ di tempo silenziosi ed in crescente tensione, un ragazzo dall’aria spavalda ed una ragazza dalla vesticciola sgualdrina. E’ evidente l’attesa di qualcosa. E nel frattempo i due si rivelano al pubblico. Lui si vende, guadagnando ogni notte con i clienti che lo pagano bene perché è bello e giovane, soprattutto gli sposati e padri di famiglia in cerca di qualcosa che li faccia uscire dalla noia della loro esistenza. Lei rubacchia ed è fiera del suo fidanzato, di cui non rifiuta la palese prostituzione, perché i soldi paiono essere, anche a lei, lo scopo per uscire da una vita grama e priva di valori. Emblematiche alcune notazioni che De Bei trae dal suo istinto di autore sensibile al disagio attuale, ma ben vigile a far emergere dai suoi testi una dimensione che supera la cronaca, anche la più nera e ad effetto, per salire alla metafora e cercare pur attraverso le scelte più infime una ricerca a risalire. Lei prende in giro il ragazzo per un serpente che lui tiene a casa, nutrendolo di topini e criceti; più di un simbolo emerge dalla scelta del serpente, elemento del peccato, richiamo al membro virile che lei gli solletica ridacchiando, tentatrice denigratoria del suo maschio, e dalla crudeltà dell’animale a cibarsi di esseri vivi, normale per la sua specie ma quanto analoga alla ferocia dell’uomo sull’uomo. I due si fanno di coca, bevono una miscela infernale di alcoolici e droghe, si sostengono l’un l’altro vagheggiando ricchezza e vita chissà dove, liberi dal bisogno e dall’ammorbante città che per loro è soltanto degrado, miseria, futuro negato. Finalmente arriva chi aspettavano, ed è un uomo in preda a violenza che si scaglia contro il ragazzo, che riesce ad atterrarlo sprofondando nella buca dove si battono urlando; sarà lei da sopra a colpire alla testa l’uomo con un grosso bastone. Temono sia rimasto ucciso, ma poi quello si lamenta e lo tirano fuori, e a poco a poco la storia si svela. Voleva andare con quel ragazzo, ha lasciato il suo bambino – poco più che neonato – nella macchina, ma mentre i due avevano un rapporto la ragazza ha portato via il piccolo, ed è iniziata una storia di ricatti per far rientrare il rapimento. Da piccola prostituzione la vicenda sfiora i colori del dramma. Luca de Bei gioca con i personaggi come con dei burattini a cui fa fare quello che vuole, di momento in momento alternando terrori e sollievo, speranze e disperazione, lui stesso seguendo i loro comportamenti con l’ansia di spiarne i pensieri e gli impulsi. Il bambino rapito è nelle mani di una squinzietta amica della ragazza che è andata ad un rave con degli amici balordi come lei. Mentre la ragazza parte per ritrovare il bimbo, i due iniziano un dialogo che assume via via i toni della confidenza. Il “cliente”, un quasi avvocato deluso dalle ambizioni nutrite sposando la figlia di un ricco avvocato che lo ha assunto nel suo studio schiaveggiandolo, sfoga sull’altro tutta la sua rabbia esistenziale, rivelandosi più meschino di quello, e come lui privo di qualunque idealità.
Rintracciato il bambino dopo vari impedimenti, la ragazza lo riporta a quel padre che in realtà del figlio non sa che farsene. Privo di cure, nelle mani di balordi che lo hanno rimpinzato di cibo per farlo smettere di piangere, il piccolo non reagisce alle sollecitazioni, ma finalmente ricomincia a piangere. E’ allora un’altalena di gesti fra i tre: il padre che ad un certo punto vorrebbe strozzarlo, ma è la ragazza a strapparglielo dalle mani insieme al compagno: terrorizzati per le conseguenze che li coinvolgerebbe, o sospinti da un afflato di umanità? De Bei continua a giocare con i personaggi, aggiungendo ai tre in scena un racconto del vecchio avvocato suocero, colpevole in fondo di aver lavorato tutta la vita per crearsi una ricchezza, ma certo anche lui corrotto nel trattare con le grandi aziende sue clienti. Raccontato così, come si può raccontare un dramma che si avvale fortemente della regia – dello stesso De Bei – e dell’interpretazione altrettanto condotta dall’autore, non abbastanza si riesce a dire della bellezza di questa disperata tranche de vie di un “dopodopopasolini” in cui non traluce neppure uno straccio di discorso politico, né di un domani in cui la speranza è ultima a morire. E bravissimi sono i tre attori, David Sebasti nel ruolo del quasi avvocato depresso, e Azzurra Antonacci e Gabriele Granito i due disperati e spietati ragazzi di vita.
La dimensione tragica della scrittura di Luca De Bei è quella che consente di superare il dramma noir facendo intravvedere uno spiraglio di carità. In questo quadro di assoluta negatività, Luca De Bei ammanta, proprio negli ultimi minuti del suo bel testo, una fiammella di speranza, ma è una speranza al di là dal divenire cosciente, è ancora una forma di difesa egoistica di sé: il quasi avvocato tornerà dalla moglie nascondendo tutto il suo disgusto, docile e affettuoso per necessità; i due ragazzi, dopo lo spavento per aver rischiato un’accusa di infanticidio, si allontanano nella notte. In quella notte in cui, davvero, non c’è nessuno, neanche a consigliare, ad ascoltare, a condividere.

Lo spettacolo di Luca De Bei era stato presentato nella stagione in corso da Artisti Riuniti, sotto la direzione di Piero Maccarinelli, al Piccolo Eliseo nell’ambito della Rassegna da lui curata; lo spettacolo è stato poi seguito da Artisti Riuniti, consentendogli di approdare a Lo Spazio.

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