DIARIO DEL TEMPO: L’EPOPEA QUOTIDIANA

scritto e diretto da Lucia Calamaro

con Federica Santoro, Roberto Rustioni e Lucia Calamaro

disegno luci Gianni Staropoli

realizzazione scenica Barbara Bessi

consulenza artistica Alessandra Cristiani

Produzione Teatro di Roma e Teatro Stabile dell’Umbria

con la partecipazione del Teatro Franco Parenti

Roma, Teatro India, 7 – 19 ottobre 2014

 

Maricla Boggio

Un ragazzo o una ragazza di oggi, una certa cultura, una qualche volontà di reagire alla palude della mancanza di lavoro, di scopi, di amicizie, una sistemazione provvisoria in un casermone di periferia di una grande città, brevi viaggi dalla vicina stazione… azioni abituali… poi il ritorno alla base…

Questi i personaggi che animano le lunghe sequenze di Lucia Calamaro. Ragazzo o ragazza, precarietà o attesa di lavoro, disoccupazione congenita, si assomigliano come sono simili le loro formazioni, i loro luoghi di esistenza, le loro speranze frustrate. E’ l’universo che incombe sui giovani di oggi, specie nella nostra società. In altri paesi va ancora peggio, pensiamo ai migranti, ai curdi, agli africani privi di tutto, ai bambini delle villas miserias… Ma questi ragazzi delle nostre periferie sono il peggio della disperazione. Eppure questi ragazzi – specie le ragazze – hanno vivacità di intelligenza, e cultura, e ambizioni coltivate da anni e ancora insorgenti nonostante la mancanza di futuro. Seguendo per le più di due ore divise in due tempi la lunga e alternata sequela dei monologhi-dialoghi che si susseguono, mi viene da pensare a uno sfogo psicoanalitico che prende il via in un soliloquio esperto di rivelarsi e poi si confida intrecciandosi con quello dell’altro/altra, altrettanto proiettato  verso il disvelamento di un sé che si sviluppa a ellissi, ritornando al punto di partenza.

Lucia Calamaro ha scarnificato personaggi e situazioni, rinunciando al racconto e incentrandosi in una sorta di beckettiano sfogo esistenziale.  Post-bechettiani questi personaggi che spuntano da un panorama vuoto e ritornano al loro guscio altrettanto vuoto inserito – si intuisce – in un gigantesco alveare di periferia.

La decostruzione derridaniana che elimina le maschere e lo smascheramento lacaniano del soggetto arrivano al limite del rischio di non trovarsi davanti che il nulla. La Calamaro si ferma a un passo dal baratro e inserisce elementi caratterizzanti, la passione per le piantine – un desiderio di vita? -, la ricerca del benessere del corpo – ginnastica come linguaggio? -, lo yoga come rivitalizzazione cerebrale, e non fa quindi soltanto una filosofica e analitica dimostrazione, ma realizza i suoi personaggi attraverso una comunicazione sinpatetica con il pubblico. A questa comunicazione contribuiscono con la loro  corporeità espressiva i tre interpreti,  che sono con notevoli capacità Federica Santoro, Roberto Rustioni e la stessa Lucia Calamaro. L’adesione ai ruoli è accresciuta dal fatto che i tre personaggi, per volontà dell’autrice, si chiamano come gli attori: un gioco ulteriore che scivolerebbe nello psicodramma se il testo non rimanesse invece solido nella sua struttura, nonostante la voluta labilità delle scelte tematiche. L’autrice ha annunciato che per il prossimo ottobre aggiungerà una ulteriore parte al suo progetto. Sarà  un’operazione interessante, oltre la quale sarà difficile proseguire. A meno di cambiare personaggi, situazioni, limiti di esistenza.

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