DIFESA DI DAMA


di Isabel Carmona e Joaquin Hinijosa

traduzione di Mariella Fenoglio

con Lorenzo Gioielli Daniela Giordano Arnaldo Ninchi

regia di Tullio Pecora

scena e costumi di Marco Nateri

musiche di Roberto Fia

foto di scena di Claudia Papini

co-produzione CRTscenaMadre & Parole RivelatoTeatro

Roma, Teatro Sala Uno, dal 17 al 29 aprile

In una cucina di basso livello una giovane donna si affaccenda ai fornelli. Un vecchio siede a tavola aspettando la colazione. Da fuori entra un rumore sordo di treni che si vanno e vengono, forse la casa è accanto ad una piccola stazione. I due si scambiano frasi nervose e prive di affetto.

Sta per tornare a  casa il marito di lei, che ha scontato tre anni di carcere per aver picchiato la moglie fino a ridurla in fin di vita. Denunciato dalla donna, l’uomo se l’è cavata con una pena irrisoria di fronte al danno. L’avvocato aveva gettato insinuazioni sul carattere masochistico della donna – sono ormai sette anni che subisce le botte da parte dell’uomo -; c’era stata una certa  connivenza maschile da parte della polizia prima e dei giudici poi, per cui il processo non ha fatto davvero  giustizia e  adesso la donna, con terrore ma anche speranza in un cambiamento, attende il ritorno dell’uomo. Da mezze frasi fra figlia e padre, si intuisce che questi in passato ha approfittato della ragazza, forse anche per tali precedenti in uno stato di incertezza nel rapporto con il marito. Tornato dal carcere, l’uomo si impone subito come padrone, pretendendo che la moglie lo accolga con dedizione. I due escono per una serata di divertimento. Il ritorno è già una premessa al disastro. L’uomo, ubriaco, si getta sulla moglie con l’antica violenza che da erotica si fa distruttiva, finché sfinito dall’alcool si addormenta. E’ allora che la donna, con una decisione disperata, spegne il gas sotto la macchinetta del caffè e si ritira nella sua stanza, aprendo la finestra, in attesa. E’ l’uomo, nella scena successiva, che ci racconta la sua morte, consapevole dell’accaduto, non casuale, ma voluto per vendetta dalla donna esasperata. E’ lei, a sua volta, a raccontare al pubblico il motivo del suo gesto: si è dovuta far giustizia da sé, il tribunale l’aveva messa in un pericolo di vita che sarebbe sfociato in una morte sicura. Torna in scena il padre. Già angosciato per la morte, sotto il treno, di un compagno a cui affezionato, l’uomo commenta il funerale del genero, a cui nessun parente è intervenuto; la figlia gli mostra le sue analisi prese dall’ospedale: non gli restano che pochi mesi di vita, per questo gli concede tutti i cibi che prima gli proibiva per preservarne la salute già incerta. L’uomo esce per una passeggiata, affranto dalla notizia. Un rumore di freni e un crescendo di voci concitate conclude lo spettacolo: forse l’uomo si è gettato sotto il treno, almeno questa è la sensazione che come spettatori abbiamo provato.

Il titolo – “Difesa di Dama” – richiama la mossa che uccide l’avversario, l’azione del personaggio femminile, appunto una “Dama” che si difende all’estremo.

Fin dalla nota che accompagna il programma, lo spettacolo si presenta come una riflessione teatrale finalizzata a combattere la violenza contro le donne che, specie nell’ambito familiare, sono spesso soggette a percosse e addirittura all’assassinio da parte di parenti, sia che si tratti di padri che di fratelli, mariti, findanzati o conviventi.

Dallo sviluppo drammaturgico del testo emerge, con più definita ed originale sostanza,  che, oltre alla violenza inflitta alle donne da parte di componenti della famiglia, è poi la giustizia a infliggere una ulteriore pena, più nascosta e apparentemente legata all’applicazione della legge, perché i comportamenti violenti dei maschi vengono minimizzati da parte degli avvocati e prima ancora dalle forze di polizia; infine, nell’ambito della condanna, viene consentita una via d’uscita al soggetto violento con varie attenuanti, che vanno dall’azione dettata da un momento di passione alla provocazione suscitata dalla parte lesa, alla corrispondenza negli atti violenti anche da parte di quest’ultima, non valutando il peso assai differente che le azioni violente hanno fatto subire alla donna rispetto all’inezia del danno subìto dall’uomo, e così via.

Che un testo teatrale di scrittura drammaturgica solida come quello firmato dai due autori spagnoli Isabel Carmona e Joaquin Hinijosa  venga rappresentato in Italia è operazione lodevole. Perché nel teatro italiano purtroppo il discorso della violenza, soprattutto sulle donne, viene sì talvolta portato in scena, ma si tratta il più delle volte di denunce a senso unico, formulate attraverso monologhi interpretati da attrici, e perciò non vanno al di sopra di un buon documento di contenuto cronachistico e di stile realistico.

Qui lo svolgimento del “caso” ha l’andamento di una situazione reale, ma la metafora vi sta subito sopra, con alcuni accorgimenti che rendono il racconto in una chiave che lo amplia per analogia ad altre situazioni immaginabili. Il regista Tullio Pecora ha saputo dosare gli effetti realistici con alcuni elementi che via via ne alzano il tono: il rumore cupo e disturbante del passaggio dei treni nella piccola stazione, a sottolineare momenti di tensione fra i personaggi; lo spazio-cucina come microcosmo della quotidianità dolorosamente banale, e infine la naturalezza con cui i personaggi si raccontano, nelle varie fasi del dramma. Bravissimi tutti e tre con le loro diverse valenze, lo stuporoso senso di dipendenza umiliata  del pur colpevole padre – Arnaldo Ninchi -, la durezza dolorosa della figlia e moglie in equilibrio fra dolcezza e difesa – Daniela Giordano -, la spavalda alterigia dell’insicuro che si fa violento per viltà del marito – Lorenzo Gioielli – che da vivo e da morto ostenta una presenza irridente e provocatoria.

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