DIO RIDE Nish Koshe

TEATRO SOCIALE MONI OVADIA  DIO RIDE

di e con Moni Ovadia

e con me musiche dal vivo della Moni Ovadia Stage Orchestra

Maurizio Dehò, Luca Garlaschelli, Albert Florian Mihai, Paolo Rocca, Marian Serban

regia Moni Ovadia

luci Cesare Agoni, Sergio Martinelli

scene, costumi ed elaborazioni immagini Elisa Savi

progetto audio Mauro Pagiaro

produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, Corvino Produzioni

Roma, Teatro Vascello, 4 febbraio 2020

Maricla Boggio

Venticinque anni fa Moni Ovadia realizzò “Oylem Goulem”, protagonista il vecchio ebreo errante, con le sue storie comico-ironiche di pretta qualità semitica, fra il riso e l’amarezza, la disperazione e l’attesa dell’evento consolatorio.

Proprio al Teatro Vascello – ricorda Ovadia – si era inaugurata questa forma di spettacolo, che nella sua struttura di fondo rimane la stessa. E anche nella dimensione scenografica che ne sottolinea la mobilità nel tempo e nello spazio permane lo stesso carattere, una sorta di zattera dove i cinque musicisti insieme a Moni traghettano le loro storie e le loro musiche e canzoni portandole in ogni paese.

Si ride e si riflette sulle storie che Ovadia racconta, via via citando versetti delle varie scritture sacre che nei millenni hanno tracciato gli innumerevoli percorsi del popolo ebraico.

Deportazioni ed esili sono alla base di questo popolo che Ovadia definisce di meticci, ladri, pezzenti e così via. Questo essere stranieri schiaveggiati da altri popoli, come dagli egizi e dai babilonesi, diventa materia intrinseca dei loro caratteri. Dal tempo di Mosè, alla richiesta di avere un re a guidarli, contro la volontà di quel Dio che Moni definisce il  Santo Benedetto, alla creazione del Vitello d’oro, elencando i vari regnanti che si sono susseguiti nei secoli e nei millenni, naturalmente iniziando da Abramo e la serie delle generazioni, tutto quanto arricchisce il racconto di Ovadia, inframmezzato da storie della cultura yiddish e da canti e musiche klezmer.

Colpisce l’allegria che emana da queste storie, nonostante la tristezza delle situazioni di fondo, fino ad arrivare all’orrore ultimo della Shoà, anche qui trovando motivo di una risata liberatoria, come quella che invade i due superstiti del lager appena liberato dai russi – non dagli americani, sottolinea Ovadia – che se ne vanno come in passeggiata e chiacchierando tra loro vengono presi da un “fou rire” inarrestabile. Dall’alto Dio li vede: si stupisce, e li interroga, finché uno dei due, riuscendo a contenere il riso, al Santo Benedetto in attesa di una ragione a quella risata dirompente, dice: “Tu non puoi capire, non c’eri…”. Ecco, questo è in sintesi il tipo di disperato umorismo, che riesce a far sopravvivere ad ogni disperazione. E non si salva neanche il Messia, tanto atteso e mai arrivato, ma soprattutto non diventa motivo di giustificazione il fatto di essere ebrei per essere d’accordo con il comportamento politico degli attuali capi dello Stato d’Israele, che – afferma con forza Ovadia – hanno costruito un muro a imprigionare il popolo palestinese, impedendone la sopravvivenza stessa. Il tema della terra promessa, dello straniero in patria, della necessità di sentirsi liberi, non ancorati a pretestuose giustificazioni territoriali che portano alla violenza di chi ha più mezzi, tutto questo anima il sottotesto dello spettacolo, attraverso una affermazione esplicita di opposizione nei confronti di Israele e dell’America connivente, che Moni Ovadia dichiara con la forza di chi ha la dignità per farlo, e il coraggio di opporsi, pagando anche di persona: l’attore infatti non può più entrare in Israele perché viene considerato “sgradito”.

Per quanto riguarda la scenografia, il muro grigio che costituisce lo sfondo della scena è un simbolico muro del pianto. Sopra di esso, nel corso dello spettacolo, senza che se ne denunci il mutare, emergono dalla pietra diventata semitrasparente figure variamente simboliche, volti fissati in espressioni dolorose, fughe di case immerse nel deserto, immagini che mostrano una sagoma indistinta, un insieme che si insinua nel raccontare di Ovadia suggerendo antiche storie e inquietanti situazioni di sofferenza, e anche la moschea dorata appare di sfondo ambito luogo i culto arabo, mentre davanti si profilano minacciosi soldati israeliani muniti di mitragliatori. e le immagini si fanno subliminali suggerimenti politici.  Anche i costumi, e la bizzarra tenuta di Ovadia, a partire dai lumini di entrata sui cappelli da parte dei sei personaggi, queste immagini sono opera di Elisa Savi, che offrono una dimensione di ulteriore mistero all’andamento bizzarramente narrativo dell’autore.

Soltanto un personaggio autorevole e coraggioso come Moni Ovadia può denunciare certi comportamenti politici oggi tenuti dagli ebrei che credono di avere il diritto di considerare la loro terra quella che dovrebbe appartenere anche a chi da sempre la abita. In questa decisa dichiarazione, Ovadia conclude il suo spettacolo, affiancato dai suoi valenti cinque musicisti. Ma l’ultima canzone la canta mettendosi sul capo la kefia palestinese circondata dalla corda nera che la assicura sul capo. Moni si è tolto il cappellino tenuto per tutto lo spettacolo, lasciandovi sotto soltanto il cupolino che gli ebrei tengono sempre. In questa duplicità di indumenti che è anche speranza di accordo si conclude lo spettacolo seguito con estrema attenzione da un pubblico partecipe, disposto volentieri a sottolineare certo passaggi canori e ritmici con il battere generale delle mani. E Moni prima di andarsene, decide di benedire gli spettatori: perché devono farlo soltanto i sacerdoti? – dice -, anche ognuno di noi può benedire. E fa il gesto sacro, con la mano alzata verso il pubblico, che applaude.

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