DOPO LA PROVA

Dopo la Prova 027

di Ingmar Bergman

con

Ugo Pagliai, Manuela Kustemann, Arianna Di Stefano

scene Alessandro Chiti

costumi Daniele Gelsi

disegno luci Umile Vainieri

regia Daniele Salvo

Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello

Roma, Teatro Vascello, 31 gennaio 2019

Maricla Boggio

Questo palcoscenico, pensato da Ingmar Bergman nelle sue didascalie, per un testo da lui scritto con l’idea di realizzarlo radiofonicamente, ben si presterebbe già a una sommessa descrizione vocale di un insieme di elementi di varia natura, dalle foglie che ne cospargono il pavimento in un accenno d’autunno inoltrato, agli elementi di scenografie scomposte di spettacoli realizzati e conclusi, di costumi usati e abbandonati in tempi lontani da un presente che di tutti questi frammenti si nutre, in un confuso disordine ostinatamente voluto, quasi a conservare, di tutti quei momenti di vita precedente, un ricordo e una rivitalizzazione mentale.

Ed è proprio in questa dimensione metaforica, di una complessa rappresentazione esistenziale, che si alza poi dalla scena la parola di chi quella vita l’ha vissuta, amata, sofferta, e in un tempo atemporale rivive, in un susseguirsi di ricordi, sensazioni, sentimenti, un vissuto che intreccia la vita personale a quella della professione teatrale.

Protagonista di questo animarsi del Sé nel libero presentarsi di momenti lontani fra loro e di diverso peso dei sentimenti è Henrik Vogler, un regista, che in mezzo a quel mondo  disordinat di frammenti del passato continua a vivere in una sua apparentemente serena dimensione. Regista non a caso, nella metafora bergmaniana, il monologante protagonista, come regista di ogni esistenza personale è ciascuno di noi nella sua vita.

Nell’interpretazione che il reale regista dello spettacolo, Daniele Salvo, attento alle sfumature nascoste di ogni testo che debba mettere in scena, con nitida visione ha proposto, Ugo Pagliai si sovrappone con estrema fedeltà, ed è interessante che, quasi in filigrana, attraverso i ricordi del personaggio, emerga quanto di sofferto e contraddittorio vi sia nel teatro in genere, e in quello della nostra epoca in particolare.

Nella lunga carriera di Pagliai, momenti di entusiasmo e di difficoltà, di allegria e di tristezza vi saranno stati come in tutti quanti amano il teatro e da esso vengono esaltati e al tempo stesso delusi. Qui le dimensioni del presente e del passato si dilatano in una narrazione che soddisfa l’esigenza del racconto, superando la metafora, e l’attore vi dà parola e immagine con forza creativa e umiltà di disponibilità alle parole del testo.   “Dopo la prova” è il titolo: ma di quale prova si parla? Di quella di uno spettacolo – prima lettura del testo – o di quella della vita, prova anch’essa a cui va la riflessione di un bilancio?

Ed è allora, in primo piano, un presente animato dalla giovinezza di Anna – Arianna Di Stefano, nella dimensione di un presente reale -, una quasi primattrice che irrompe in scena con pretese di dominio nei confronti del vecchio Vogler, figlia di una valente attrice scomparsa da anni e fiamma e tormento del regista, che al suo ricordo è legato come parte integrante della sua esistenza.

Nella ragazza sfrontate e tenera,  Vogler si illude di ritrovare una possibile ritrovata giovinezza, quasi rivedendo in lei l’attrice tanto amata quanto tormentatrice della sua esistenza privata e di artista. Anche attraverso il personaggio  di Anna, provocante nel suo dichiarare il suo rapporto con un giovane aiuto regista sprezzante e di medio valore, emerge nella mente del regista una visione del presente amara, deludente rispetto a una generazione che appare assai meno capace di valori che non quella di Vogler. Ma il nucleo forte del testo è  quello che si realizza, come concretizzazione della memoria, attraverso l’apparizione di Rachel, l’attrice da anniscomparsa, tanto amata quanto portatrice di una forma di esigente schiavitù dei sentimenti e del sesso, a cui Vogler è legato indissolubilmente, pur volendo a momenti liberarsene, per l’eccessiva sofferenza di quei ricordi che gli ripropongono una passione in parte spenta in parte ancora viva perfino nel corpo.

Rachel è una Manuela Kustermann che si getta in una dimensione onirica come un Ariel a cui il  tempo ha aggiunto disillusioni, ma che permane in un suo giocoso, entusiastico desiderio di esistenza ancora e ancora vitale, al punto da costituire per Vogler, da cui questa evocazione parte per assumere presenza reale, una contraddittorietà inquietante nell’alternarsi di slanci erotici e di ripulse al legame: una prova di artista che Kustermann realizza liberandosi da ogni stretto realismo, anche nell’agire gestuale della sua presenza in scena, quasi anima vagante, non più costretta dai comportamenti dell’esistenza.

Così questo spettacolo è una metafora della vita e del teatro, tutto insieme, che Daniele Salvo ha tenuto solidamente nelle sue mani facendola vivere con leggeri tocchi nel differenziare momenti vissuti e momenti evocati.

“Dopo la prova”, a nostra sensazione, non è uno dei testi più profondi di Bergman; il grande regista vi ha voluto rappresentare un suo arco di artista e di uomo, scegliendo quella metafora, del palcoscenico autunnale, che ben si attaglia al discorso, ma così vicino al vero, da restarvi impigliato. Questa volontà dell’autore diventa tuttavia marginale attraverso l’interpretazione degli attori che la rendono viva in una loro dimensione artistica ed esistenziale. E ognuno di noi in questo percorso dal passato al presente può ritrovarsi con i suoi momenti a vario livello del suo vissuto, e farne un suo bilancio.

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