ERANO TUTTI MIEI FIGLI

di Arthur Miller

traduzione di Masolino d’Amico

con

Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Ruben Rigillo, Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci

scene di Antonio Fiorentino, costumi di Silvia Polidori

regia di Giuseppe Dipasquale

Teatro Stabile di Catania

Roma, Teatro Palladium, 10 febbraio 2015

 

Maricla Boggio

 

Racconta Artur Miller, in un saggio sul suo teatro, di un racconto casuale di una signora circa la scoperta da parte di una ragazza che, saputo che il padre aveva venduto del materiale difettoso all’esercito, lo aveva denunciato all’autorità, distruggendo in tal modo la famiglia: questo  racconto diede ben chiara a Miller l’idea di quello che avrebbe scritto in un testo a cui da tempo stava pensando.

Si era ancora in periodo di guerra – la seconda guerra mondiale -, e Miller si accinse a lavorare al suo testo, impiegando due anni ad elaborarlo secondo quanto si era prefisso di dimostrare. Che cioè molte cose erano a conoscenza di tutti, ma che nessuno osava parlarne. E tutto questo avveniva in un clima di borghesia dalla coscienza apparentemente pulita, nelle cui case tutto pareva scorrere con serenità e amor di patria e di famiglia, in una unione perfetta fra lavoratori e industriali per la finalità comune della vittoria.

Dalla volontà dell’autore di rivelare quanto ci fosse di inquietante sotto l’apparenza “normale” di certe grandi famiglie industriali, scaturisce la decisione da parte sua di una drammaturgia finalizzata a raggiungere l’intento. Quel primo atto, da molti criticato per la sua quasi monotonia, quasi banalità, mentre poi l’opera si impenna al secondo e scoppia nel terzo attraverso rivelazioni e confronti, è voluto dall’autore proprio in questo modo, per dare l’impressione che la tragedia giunga inaspettata, quanto più il clima parrebbe appartenere a una scelta di vita degna di rispetto.

Lo Stabile di Catania ha operato la scelta coraggiosa di venire a Roma in un teatro privo di abbonamenti, portandovi un testo che richiama tanti disastri  italiani causati dall’ingordigia di industriali senza scrupoli. Il suo direttore, qui regista dello spettacolo, Giuseppe Dipasquale, bene ha fatto a imprimere in quel primo atto una serenità appena velata dall’inquietudine di Kate, la madre, che attende invano da tre anni il figlio andato in guerrailludendosi che ritorni. Gli altri della famiglia appaiono calmi e soddisfatti; soprattutto Joe Keller, il padre, rassegnato a pensare che il figlio non tornerà più; la sua fabbrica, un tempo produttrice di pezzi per aerei, vive un dopoguerra benestante di prodotti per cucina – la comoda vita della pace – , dedicando a Chris, il figlio rimasto, ogni suo impegno, vedendo in lui la sua prosecuzione, lo scopo di una vita onorabilmente vissuta. Ma non è proprio tutto così.

L’arrivo di Ann, un tempo findanzata del giovane soldato scomparso, torna dopo anni da loro, in quella casa in cui aveva cullato il sogno di un’esistenza in comune con il ragazzo scomparso. Il nuovo progetto di Chris e Ann è quello di sposarsi, dimenticando l’antico fidanzato; ma la difficoltà è convincere la madre della morte di quel figlio, senza la quale è impossibile per lei  accettare il matrimonio della sua  fidanzata.

Una serie di elementi congiura a svelare una situazione di antiche colpe. Il padre di Ann è in prigione da anni con l’accusa di aver mandato fuori dalla fabbrica 120 testate di aereo difettose. Ma chi era davvero il responsabile dell’invio di quel materiale difettoso è Joe, mentre il suo dipendente è stato incriminato al posto suo. George, il fratello di Ann, arriva inaspettatamente e dichiara di aver scoperto il padre innocente: è andato a trovarlo in carcere, l’uomo gli ha rivelato la colpevolezza di Joe. Ann mostra una lettera del fidanzato scritta il giorno della sua morte: se ne è andato dopo aver constatato la morte di tanti giovani piloti sugli aerei montati con il materiale danneggiato; anche lui prenderà uno di questi aerei e, come un presagio, sa di non tornare. Un cumulo di situazioni tragiche si va creando attraverso dialoghi incandescenti, dichiarazioni drammatiche, accuse reciproche e soprattutto l’accusa di Chris al padre che ormai considera un assassino.

Non ci sono personaggi “belli” in questa commedia spietata che Miller ha impiegato due anni per costruire attribuendo ad ogni personaggio in ogni sua battuta un significato, un valore, una metafora. Nessuno è portatore di buoni e onesti sentimenti, nemmeno la dolce Ann che vuole a tutti i costi il suo ricco matrimonio, nemmeno il timido Chris che forse soltanto allora si rende conto della sua voluta ignoranza, e nemmeno Kate, la madre inconsolabile ed egoista nel suo amore-dolore. Anche quel figlio soldato è morto a causa dei pezzi difettosi del suo aereo. Così come tutti gli altri piloti, che il vecchio Joe finalmente si rende conto di avere ucciso: “Erano tutti miei figli!” è il grido disperato che finalmente gli esce dal petto come se questo gli fosse suggerito dal figlio morto, in una raggiunta ma tardiva consapevolezza del male compiuto per meschina difesa di interessi economici e di prestigio. Ma ormai la tragedia è avvenuta, e non ci si può più porre riparo con pentimenti e mea culpa, nemmeno, come vorrebbe Kate in un rigurgito di perbenismo fustigatore, denunciandosi e andando in prigione, ormai è un altro che sta espiando, reo confesso.

Miller è troppo abile per lasciare al pubblico un messaggio buonista. Dopo averlo fatto un po’ soffrire, e magari da parte di qualcuno sperare, sferra il colpo più forte. Nella apparente calma dopo le urla, le recriminazioni e i rimpianti, l’apparentemente rasserenato Joe esce dicendo che tornerà poco dopo, e nella penombra che cala si ode il colpo di pistola che ne decreta la fine. E’ un buon finale, che evita strascichi poco drammaturgici. Il colpevole si fa fuori, come fece Gardini consapevole che la bella vita era finita e non poteva più tornare indietro. Peccato dover soltanto mettere in scena testi di autori stranieri, quando di materiale su cui scrivere e portare avanti un discorso di giustizia ce ne sarebbe tanto attingendo alle vicende italiane, da Taranto all’Ilva all’amianto di Casale Monferrato. Ma già questo spettacolo significativo ci invita a pensare, a confrontare, a discutere. Sono gli attori ben guidati dalla mano ferma di Giuseppe Dipasquale a determinare il successo, che si avvale in prima persone della splendida interpretazione di Mariano Rigillo, qui impositivo e ilare, distaccato e cinico, disperato e umanissimo, nel ruolo di Joe Keller; e poi, nel ruolo ambiguo, non facile fra evanescenze e imperiosità della Kate di Anna Teresa Rossini, fino a tutto il complesso degli attori, in cui spiccano la flessuosa ambiguità della Ann di Silvia Siravo, la febbrile ricerca di felicità del Chris di Ruben Rigillo e il tentennamento nell’attrazione al quieto vivere del George di Giorgio Musumeci.

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