FILUMENA MARTURANO

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di Eduardo de Filippo

con

Mariangela D’Abbraccio Geppy Gleijeses

Nunzia Schiano Mimmo MignemiYlenia Oliviero Elisabetta Mirra Agostino Pannone Gregorio Maria De Paola Eduardo Scarpetta Fabio Pappacena

scene e costumi Raimonda Gaetani

musiche Teho Teardo

regia Liliana Cavani

Roma, Teatro Quirino, 10 gennaio 2017

Maricla Boggio

L’attacco della commedia richiede una forte capacità di aprire un discorso complesso e quanto mai simbolico, nonostante l’apparente iperrealismo della situazione e del conseguente sviluppo narrativo. E sta tutto sulle spalle di don Domenico Soriano, che Geppy Gleijeses si è coraggiosamente posto, comprendendo, certo in sintonia con la regista Liliana Cavani, che il dramma umano che il personaggio sta vivendo, a sorpresa, è da indagare staccandolo dall’ira passionale con cui tuttavia si esprime, essendo a pieno titolo personaggio. Ma è a quello specchio inserito su di un armadio di camera da letto, che don Domenico fa riferimento, per esaminarsi come altro da sé, in una sorta di sfrenata autoanalisi.

Analista silenziosa e attenta, fremente perché personaggio a contrasto, Mariangela D’Abbraccio regge, con intensità muta e tangibile, lo sfogo del compagno truffato da lei – Filumena – con un matrimonio in finto punto di morte, che le viene contestato dalla vittima inconsapevole.

Si snoderà, per i tre atti della commedia, la vicenda ben conosciuta, resa popolare da innumerevoli interpretazioni, da quella prima suscitata dalla sorella Titina a Eduardo, con l’accusa di scrivere commedie soltanto a protagonista maschile. E dopo di lei Regina Bianchi incoraggiata dalla stessa Titina, furono Filumena. Eduardo insistette che Regina accettasse il ruolo – “Filumena è pure na bella femmena”, le disse per convincerla quanto fosse giusta a interpretarlo – , e altre innumerevoli attrici sulla scia di un personaggio accattivante.

A più di settant’anni dalla stesura della commedia, e lontano da condivisioni legate alla commozione, il dramma ha preso, secondo noi, un significato diverso, che niente perde nell’emozionalità della vicenda, ma se ne astrae, ché a ben guardare sarebbe piuttosto assurda questa storia, dove per venticinque anni una donna sopporta un compagno traditore e sprezzante, avendo fatto, prima di quei venticinque anni, tre figli, non si sa come senza esserne a conoscenza il compagno sempre frequentato; e dove questa donna alleva “arrobando” a don Domenico i tre figli, senza che questi, che portano il nome di Marturano, non siano venuti a conoscenza che la Marturano sia quella signora di cui lo stagnino – uno dei tre ragazzi – conosce l’indirizzo andando a ripararle il lavandino di casa, come il commerciante di camicie che se la vede in negozio a sciorinare tele e percalli e così via.

La forza del simbolico consente che la convenzione sia accettata, e che il pubblico goda della vicenda emozionalmente, avendo poi la possibilità, se vuole e se è in grado di farlo, di operarne una lettura di segno diverso, che mette in risalto valori universali al di là della trama accettata. Valori che Eduardo semina qua e là come volendoli inserire inavvertitamente, perché lo spettatore li respiri senza riflessioni filosofiche, ma come vita diretta. E Liliana Cavani è stata attenta, prima di tutto incoraggiando un linguaggio di strettissima accentuazione napoletana, a farli emergere, questi semi, e a farli fiorire. La serva e confidente Rosalia, ad esempio, – Nunzia Schiano con felice adesione al personaggio di antica tradizione da commedia dell’arte – che ritaglia una sua storia di madre di tre gemelli, subito vedova, ad allevarli nella miseria per poi perderli, emigrati in paesi lontani. Manca soltanto la sarta che aggiusta l’abito da sposa di Filumena, altro bozzetto – ma siamo alla chiusura della commedia, e la Cavani ha fatto bene a tagliare, del resto solo questo -, dove la povera popolana accetta il rimprovero di Filumena che si è accorta che parte del tessuto se lo è preso per una vestina alla sua bambina.  Sono, queste, osservazioni a margine, per indagare di Eduardo l’attenzione allo spirito di Napoli, alla sua convinzione, in ultima analisi, alla prosecuzione della vita attraverso l’eredità dei figli. A prescindere da dove vengano e di chi siano, messaggio quanto mai attuale, potremmo dire globale della comunità umana.

Ma quanto intensa è Mariangela D’Abbraccio nel portare avanti, scena dopo scena, il suo personaggio oscillante fra l’appassionata – e segreta – affettività materna, che è materna anche nell’accettazione di un compagno indegno eppur amato, come un figlio appunto.

E come è acuto, caustico, penetrante, Geppy Gleijeses, in questo suo Don Domenico Soriano, che diventa poi, mitemente, Mimì.

Fra il primo e il secondo atto passa soltanto una nottata, dove maturano gli eventi e si ribalta la situazione.

Ma fra il secondo  e il terzo atto passano dieci mesi. Liliana Cavani ha suggerito, all’inizio di questo ultimo atto, una lunga pausa, appena sottolineata da suoni morbidi e appaganti. Una pausa che potrebbe apparire eccessiva a chi non valuta il trascorrere di anni, tanti quanti sono stati necessari per sciogliere la durezza intransigente del carattere di don Domenico, arrivato a decidere di sposare Filumena, nonostante l’acredine per la sua testardaggine a non rivelargli quale dei tre ragazzi sia figlio suo.  In quell’andare e venire per la stanza, in quel leggere qualche biglietto d’auguri traendolo dalle corbeilles accatastate, in quell’abbottonarsi e aprirsi della giacca dell’abito di nozze, Gleijeses condensa la riflessione degli anni che ci sono voluti per fargli compiere il passo delle nozze, nonostante il rifiuto alla rivelazione. E quanto sono liquidi, dopo la cerimonia festosa e semplice, gli occhi di Filumena- Mariangela, che finalmente può permettersi di piangere, Quel suono – “emette dei suoni quasi simili a un lamento” dice la didascalia di Eduardo, con la precisione che sempre accompagna e suggerisce la battuta – è davvero emozionante,  come di una bestia ferita e liberata da una prigione, che finalmente respira.

Applausi convinti e grande soddisfazione degli attori tutti, finalmente a sorridere in scena e ad applaudire a loro volta gli spettatori plaudenti.

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