FURIA AVICOLA


di Rafael Spregelburd
traduzione di Manuela Cherubini
regia di Rafael Spregelburd e Manuela Cherubini
con Rita Brütt, Fabrizio Lonbardo, Luisa Merloni, Laura Nardi, Amandio Pineiro
video Igor Renzetti
Immagini di Ale Sordi
musica originale Zypce
coproduzione CSS Teatro Stabile di innovazione del FVG
Fattore K
Roma, Teatro India, 17 febbraio 2015

Maricla Boggio

Una panoramica sull’incongruenza dell’attuale società, vista nella sua dimensione borghese, in diverse manifestazioni esemplificative: un discorso sull’arte, il suo significato, le possibilità di insegnamento di essa, l’insorgere dei mezzi di comunicazione di massa in quello che può essere ritenuto arte e così via, la prima parte di questo spettacolo composito, scattante, accattivante, tendente alla perfezione espressiva nelle interpretazioni degli attori: il discorso che dovrebbe esser preso per una riflessione complessa e polemica fra due intenditori d’arte-docenti verte su di una sorta di restauro di un “Ecce homo” operato da una signora sconosciuta che sta in un paesino altrettanto sconosciuto. Da qui parte un’insorgenza di notizie causata dall’apporto di internet, che da un caso più che banale crea un evento su cui discutono esperti e teorici, e masse di frequentatori di itnernet si affollano per dire la loro. La seconda scena, un breve entr’acte, è quasi un gioco sotto cui si cela una riflessione inquietante: alcuni traduttori, di quelli da convegno internazionale, traducono, cuffie in testa, quanto arriva loro per poi rilanciarlo nella rispettiva lingua; ma la lingua denuncia il carattere del paese a cui essa appartiene, così da plasmare un traduttore nella rigidità maniacale tutta concentrata di – crediamo – un tedesco, mentre una traduttrice si slancia in tenere inflessioni dialettali di una qualche nostra regione. Gli estremi di questo défilé sono rappresentati da una allegra fanciulla del tutto ubriaca che singulta e ridacchia, mentre all’altro capo della fila un giovane hippy un po’ fatto conversa con una madre piuttosto ottusa. E’ il gioco a invadere l’ironia caustica e al tempo stesso critica e severa della drammaturgia innovativa di Spregelburd, e la terza parte dello spettacolo lo completa con più complesse forme interpretative. L’ufficio di un non meglio identificato istituto pubblico – un ministero, un archivio comunale? – insomma qualcosa che abbia a che fare con la burocrazia e le sue montagne di documenti depositati negli anni fino a soffocare gli impiegati che devono convivere con essi litigandosi gli spazi vitali in cui passano gran parte della loro esistenza: questo ufficio in cui i quattro impiegati – due uomini e due donne – si trovano a discutere e a prendere decisioni, mescolando i discorsi sul lavoro con quelli della loro vita privata è una metafora del mondo, delle sue oziose discussioni, degli odi che lo percorrono ingigantendo cose di nessun conto e trascurando cose importanti. Gli attori giocano con questi personaggi sull’orlo della nevrosi, ricavandone quattro tipi esemplari, dall’impiegato decisionista e iperattivo, a quello sornione e compreso del suo ruolo dirigenziale, mentre le due donne sono improntate agli estremi di due differenti caratterialità, tanto alla ricerca di un dialogo di stampo conciliativo l’una quanto polemica e bizzarra l’altra. Giocano, gli attori, con i gesti che suggeriscono oggetti e azioni, nel nulla della materia e nella volontà di suggerire e di coinvolgere gli altri a immaginare. L’idea di bruciare il denaro arriva all’apice della scena, una sfida a cui tutti alla fine convergono con la sensazione di permettersi una trasgressione peccaminosa.
L’universo che ne esce, da questi fulminanti tableaux è allegramente disperato. In questa allegria di rappresentazione si annida una morale assai più significativa che se fosse stata realizzata secondo il linguaggio della denuncia esplicita.
In sintonia con la regia dello stesso Spregelburd affiancato da Manuela Cherubini che ha curato anche la traduzione, i cinque attori, fra cui, da indicare per la loro particolare adesione agli intenti espressivi della regia, Laura Nardi e Fabrizio Lombardo.

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