HUMAN

RAVENNA 08/07/2016. RAVENNA FESTIVAL 2016. HUMAN<br /><br />
Marco Baliani, Lella Costa</p><br />
<p>Foto Fabrizio Zani / Daniele Casadio

di e con Marco Baliani e Lella Costa

regia Marco Baliani

collaborazione alla drammaturgia Ilenia Pusceddu

e con David Marzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Puigi Pusceddu

musiche originali Paolo Fresu

scene e costumi Antonio Marras

Produzione Mismaonda e Sardegna Teatro in collaborazione con Marche Teatro

Roma, 9-14 maggio 2017, Teatro Argentina

Maricla Boggio

Con la determinazione di illustrare la situazione tragica dei migranti e i rapporti che

si creano con la popolazione che li vede arrivare sui propri territori, Marco Baliani e Lella Costa hanno elaborato uno spettacolo dalle molte forme espressive, cercando di indagare sui comportamenti che con diverse sfumature emergono in un periodo complesso e contraddittorio, dove i sentimenti della pietà si scontrano spesso con il disinteresse, l’egoismo e addirittura il rifiuto ad ogni genere di aiuto.

Gli episodi con cui i migranti si raccontano nella loro miseria, nel loro assoluto bisogno di sopravvivenza e nel ricordo della loro terra lontana dove hanno abbandonato famiglie e lavoro si intrecciano con le manifestazioni rigide di quel genere di persone definite perbene, di livello benestante e di convinzioni autocompiaciute del proprio status sociale, che lo spirito di forte ironia di Lella Costa sa ben realizzare, come ha fatto in spettacoli di cui è stata protagonista. Emerge allora la signora piccoloborghese che con l’espediente delle confidenze dell’amica “acculturata” descrive quella specie curiosa a cui appartiene il migrante, fino a tentare di immedesimarsi in chi è costretto a lasciare tutto per fuggire da un pericolo imminente, che impone scelte assolute, per decidere che cosa prendere con sé per sopravvivere: le creme per il corpo, la borsetta ideale, e perfino le chiavi di casa vengono elencate affannosamente dalla povera signora che pare alla fine rendersi conto di quanto sia davvero tragica la condizione di quegli esseri fino ad allora ignorati o peggio disprezzati.

Un’altra chiave di lettura dello spettacolo appartiene al mito, ed è l’inizio a dialogo fra Ero e Leandro  – la Costa e Baliani –  i due amanti che da sponde opposte dell’Ellesponto si incontrano per un irrefrenabile impulso d’amore. Il mare che li divide non impedisce al giovane di attraversare lo stretto per raggiungere l’amata che lo guida con il lume che illumina dalla torre le acque. L’impeto della tempesta impedisce ai giovani di incontrarsi per alcune notti, ma la passione  impone a Leandro di rischiare ugualmente la traversata, che risulta fatale travolgendolo irrimediabilmente.

L’episodio mitologico suggerisce con bella intuizione la tensione dei migranti a raggiungere una terra capace di donar loro pace e prosperità, spesso deludendoli fino a impedir loro di raggiungerla, morendo nel tentativo di attraversare la pericolosità del mare.

Altri ancora sono i suggerimenti che i due autori propongono nel rendere vivido il quadro dei migranti, le loro pene, le angosce e le speranze. Di una particolare bellezza il riferimento, anche figurativo, del quadro di Caravaggio in cui un Angelo piumato che suona il violino si pone a sollievo del viaggio della Madonna col Bambino e San Giuseppe in una sosta del loro cammino. Nella famiglia affranta e consolata si adombra quel desiderio di ricongiunzione e conforto che dovrebbe arrivare a realizzarsi all’arrivo dei migranti.

E c’è anche il dialogo fra i ragazzini “bene” in attesa della cena, che commentano distaccati e indifferenti le notizie televisive di ulteriori sbarchi mortali.

E c’è il dialogo dei poveracci abituati ad ogni disvalore morale che raccolgono gli stracci giunti sulla spiaggia, strappati ai morti sepolti nel mare. Ma uno di loro, dopo aver valutato il valore di indumenti ed oggetti con la freddezza del calcolo, ha un rigurgito di umanità quando emerge dal sacco dell’altro un dolce fradicio peluche: quello dovrà essere lasciato là, e non rivenduto!

Di segno stilistico differente, pur staccandosi dal quadro complesso delle scene precedenti, è il monologo della piemontese emigrata in America. Lella Costa mette in atto le sue cadenze dialettali raccontando quella storia di miserie e speranze, di entusiasmi e attese che hanno portato la sua famiglia in America, riuscendo dopo il periodo di quarantena a Ellis Island a traghettare nel nuovo Continente affrontando una vita foriera di benessere e accoglienza.

E’ il momento di maggior verità, senza doverosi richiami alla coscienza, un momento di commozione dove l’analogia si fa evidente e immediata.

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