I PILASTRI DELLA SOCIETA’

di Henrik Ibsen

traduzione di Franco Perrelli

costumi di Andrea Viotti, scene di Alessandro Camera musiche di Giordano Corapi

regista e protagonista Gabriele Lavia, con 17 attori

Roma, teatro Argentina, 20 novembre 2013

Maricla Boggio

Avevo letto il testo di Ibsen anni fa, quando avevo assistito allo spettacolo allestito da un giovanissimo Paolo Giuranna al Teatro Stabile di Genova nel 1960. Una decina di anni prima lo aveva messo in scena Orazio Costa con Tino Buazzelli nel ruolo del console Bernick. Poche rappresentazioni nel corso di quasi un secolo e mezzo, a partire dal debutto in Danimarca, nel 1877, che non ebbe un gran successo.

Leggendo le note che Franco Perrelli, ordinario di lingue nordiche all’università di Torino e non nuovo a traduzioni ibseniane, ha scritto per l’edizione firmata da Lavia, si intuisce il profondo travaglio che l’autore norvegese ha portato avanti per anni fino a raggiungere la stesura completa del dramma. I personaggi gli si fanno avanti non come a Pirandello, nitidi nei loro caratteri e nelle loro istanze esistenziali, così come nelle sofferenze morali e nelle cadute. Paragonate alle storie portate in teatro da Ibsen, le vicende pirandelliane paiono sgorgare talvolta oscuramente, ma poi diventano limpide e anelano alla verità. Ibsen va ricercando in ogni suo personaggio le ragioni di un’esistenza il cui passato risulta intrecciato a molti altri, in un coacervo di verità e menzogna che, come risultato finale, danno la rappresentazione di una società dall’apparenza sana e vitale, addirittura felice e compiaciuta del suo benessere e dei suoi costumi rigorosamente morali. Ma è sotto questa patina di perbenismo che Ibsen scava per individuare il marcio. Che tocca quasi tutti, tranne pochi innocenti: fra questi, l’autore colloca un rappresentante sindacale, antesignano sostenitore dei diritti dei lavoratori in tempo di padroni spietati, e la fanciullina adottiva scartata dalle signore come un’aliena su cui riversare un’ipocrita rispettosa pietà.

Quando Ibsen ha finito di accorpare, limare, modificare i suoi personaggi a partire dal Console, scendendo poi a tutti i membri della sua famiglia, ai suoi collaboratori e compagni di imprese e d’affari, il dramma che se ne sviluppa è quello di un’intera società che agita dentro di sé i germi velenosi della corruzione. Un dramma di questo genere non si deve tentare di raccontarlo, altrimenti si rischia di  ridurlo a un feuilleton, dal quale è ben lontano, nonostante il groviglio di situazioni che in circa quattro ore di spettacolo si presentano via via attraverso innumerevoli colpi di scena. Lavia ha lavorato con i suoi quasi venti attori con una forte passione, animata fin dalle prove dalla volontà di spiegare e convincere il suo disegno, che è stato quello di offrire in forma teatrale una sorta di saggio sulla corruzione degli esseri umani, quanto più assurti alla ricchezza e al potere, tanto più inevitabilmente corrotti. Perché la corruzione viene giustificata da chi la pratica come l’unico modo per arrivare poi a beneficare la società. Nelle mani di buoni e onesti cittadini la ricchezza non cresce, e la gente non ha né benessere né lavoro. Quindi, in ultima analisi, la corruzione è un bene.

In Ibsen allignano alcuni spunti di forte modernità che appaiono ancora più interessanti per noi oggi, se calati in una interpretazione di stampo storicistico. Il linguaggio, un po’ antico, di questa società perbenista ha il vantaggio di staccare l’assunto dalla cronaca restituendone la generalità della sua esistenza, non solo da considerare come portato di un costume attuale di traffici e condizionamento della coscienza, ma come costume dell’intera umanità.

Quando Lavia, nel finale di questa travagliata storia di famiglia assurta al potere economico e sociale, dopo vari contraccolpi che lo colpiscono come una nemesi biblica, parla ai cittadini della città che lo osanna come benefattore – ha creato posti di lavoro innumerevoli e ora sta per aggiungerne altri facendo costruire la ferrovia – finalmente dichiara i vari tipi di corruzione di cui si è macchiato, trova un uditorio pronto al perdono, alla giustificazione, all’immedesimazione di ciascuno nel nome non del bene personale, ma dell’interesse comune, per il quale si accetta di sacrificarsi, “corrompendosi”. Senza forzature di toni o atteggiamenti marcatamente protesi ad un’attualizzazione, Lavia induce a pensare a chi oggi si trova nella condizione di un super-potente super-ricco e super-corrotto, giustificato e applaudito, votato e osannato da un popolo che si vede in lui riscattato dalla miseria e dalla meschinità sociale, delegando lui a godere e sperando nelle briciole che gliene verranno.

Il livello dello spettacolo è notevole, per l’adesione fedele al testo, per la cura nello sviluppo delle scene, nella delineazione dei caratteri dei tanti personaggi che si sono calati in un’epoca lontana assai più, per la mentalità mutata, di quanto non siano gli anni che separano la stesura del testo dalla rappresentazione odierna. In definitiva, si tratta di un’operazione positiva.

Una riflessione tuttavia va fatta, anche se i costi di uno spettacolo di questo genere sono alti se lo si vuole realizzare con tutti gli elementi che ne mettano in risalto la drammaturgia. Si sono messi in tre, teatri di ampia consistenza – La Pergola di Firenze, lo Stabile di Torino e il Teatro di Roma – per  riunire i fondi per farlo andare in scena.  Ibsen non è autore da confrontare con quasi tutti quelli che oggi si cimentano a scrivere per il teatro, non solo in Italia, ma nel mondo intero. Tuttavia crediamo che la possibile gestazione di un testo di notevole spessore drammaturgico possa avvenire se ci sono le possibilità che una società a cui stia a cuore il teatro consenta all’autore di cimentarsi, di provare le sue forze espressive. Se si pensa che questo testo, al suo debutto non riscosse consensi esaltanti! Tuttavia se ne discusse, lo si rappresentò, e forse la società di allora non si riconobbe in quella critica spietata che dal testo emergeva. Forse quella società era già così corrotta da non accorgersi della sua stessa corruzione, perciò allontanò da sé lo spettacolo che la rappresentava,  lo sentì estraneo al suo modo di vivere.

La conclusione di questa riflessione finale è che sarebbe opportuno ridurre a una spesa molto più esigua i costi per uno spettacolo, e mettere in scena anche degli autori di oggi. Nessuno fra gli autori di oggi scrive un testo con venti personaggi, sarebbe utopia trovare chi lo mette in scena. Ma testi interessanti di autori attuali con tre o quattro personaggi ce ne sono parecchi, tuttavia soltanto compagnie private e coraggiose li rappresentano. Bisognerà capire perché in teatro viene rifiutato quello che in cinema, in televisione e nella narrativa è costume usuale.

 

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