I RAGAZZI CHE SI AMANO

I RAGAZZI CHE SI AMANO - Gabriele Lavia -Filippo Manzini _160337_copyright 2016 MEDIA

uno spettacolo di e con Gabriele Lavia

da Jacques Prévert

costumi Elena Bianchini

musiche Giorgio Corapi

produzione Teatro Eliseo

Roma, Teatro Eliseo 18 febbraio 2020

Maricla Boggio

Questo spettacolo di Gabriele Lavia vive in una dimensione diversa dai tanti precedenti, poggiati sulla sicurezza di un testo con una trama e una tesi.

Ne “I ragazzi che si amano” Gabriele rimane sé stesso: racconta Prévert e il suo mondo poetico, ma si presenta nella sua realtà di eterno ragazzo che insegue sogni, subisce delusioni e trionfa ogni volta attraverso l’amore. Gabriele si slancia verso la platea in un dialogo ininterrotto con la gente. Si crea fra gli spettatori e l’attore quell’abbraccio che più volte ritorna, nel gesto e nella parola, come segno di un amore che supera le difficoltà della vita. Amour e enfants sono gli elementi su cui si sviluppa un discorso che rifiuta le facili esternazioni, evita le poesie celebri del poeta singolare, defilato e tremulo, che è stato Prévert accanto ai grandi della letteratura e della filosofia francesi, con un suo mondo speciale che appartiene ai giovani, a quelli che giovani rimangono anche dopo l’età giovanile, quegli enfants che Gabriele richiama non solo nei momenti dell’amore, ma anche dell’esaltazione eroica, “Allons Enfants”.

La scena si indovina come un angolo di parco semiavvolto dall’oscurità; spicca su di un lato una panchina su cui si stagliano le scritte che tante volte vi si vedono intagliate nel legno: qui suggeriscono i titoli di alcune poesie, qualche verso accennato, un vissuto poetico, mentre dall’altro lato della scena si immagina un negozio di fioraia, con dei mazzi sgargianti su di un tavolo.

Con l’autoironia che appartiene al suo carattere privato, Gabriele interroga il pubblico, lo coinvolge stando sul bordo della ribalta, si rivolge a chi riconosce vedendoli davanti a sé in platea – Fausto Bertinotti, ma anche la “carissima amica Maricla” -, e prosegue in questo suo dialogare che pare rifuggire dalla poesia per addentrarsi nell’esistenza reale, che è quella di tutti noi, con lampi improvvisi che attingono alla filosofia, dall’immagine meravigliosa della caverna platonica dove il sole acceca chi ne esce – e Platone è deriso per il nome, affibbiatogli per la stazza rispetto al suo, di Aristocle -; fino a un affollarsi  di pensatori moderni, da Heidegger a Jaspers, da Sartre e Magritte, insieme agli attori amati, amici come Jean Gabin. È tutto un mondo di pensieri ed esistenze che emerge via via in un ricordare – “Siamo ‘memoria’, attenzione! avverte Lavia” –, precipitando poi di nuovo  nell’evocazione  di brandelli di vita sovente disperati nella decadenza dei corpi e dei sentimenti, talvolta festosi nella inconsapevole allegria dei ragazzi innamorati.

La parola scelta si fa gesto e figura, immagine e scena. Così per “Rue de Seine”, dove Gabriele impersona proprio, fisicamente, in una gestualità che attinge alla mimica di Orazio Costa, l’uomo triste e silenzioso e insieme la donna che tragicamente lo interroga in una disperata richiesta di verità lasciando intendere un’impossibile risposta. Ma mentre i versi di Prévert descrivono in distaccata attenzione la scena straziante, nell’interpretazione di Lavia questo interrogare si fa dialogo intenso della coppia e diventa presenza scenica, di un Lavia duplicato eppure straniato, che vive entrambi i personaggi.

Ancora con più corposa presenza scenica, “Colazione del mattino” diventa addirittura una statua, di donna inginocchiata, con una mano sul capo, in atteggiamento di desolazione assoluta. È la conclusione di un fatto banale, quasi trascurabile, che dice però di una vita umiliata dal disamore: la donna serve l’uomo, prima il caffè, poi il latte, poi il caffelatte; ne spia il lento accendersi della sigaretta, fino alla cenere gettata nella ceneriera; poi, messi il cappello e l’impermeabile, l’uomo se ne va, senza una parola, sotto la pioggia, quella pioggia che è un elemento archetipico della poesia prevertiana. E Lavia, concluso il racconto, torna alla sua immagine accucciata con il gesto greve della mano sul capo. Una grande prova di creatività, Gabriele, senza le potenti giustificazioni dei Cechov, dei Pirandello, degli Shakespeare.

Così, una forma nuova si affaccia nel tuo teatro che ha sempre rispettato i grandi testi, e adesso cerca di aggiungere un’altra parola al tuo metodico fare. Hai giocato con i fiammiferi accesi uno ad uno, hai dialogato con una fioraia avida di denaro e l’hai subìta in una morte sul palcoscenico che è durata appena pochi attimi. La risata della vita ha ripreso fra gli applausi, sono spettatori che ti conoscono da sempre e con loro si può scherzare. Gli si può offrire, alla fine, quella canzone rimasta a segnare un tempo ormai lungo dei nostri anni. Rannicchiato sul palcoscenico, con la chitarra fra le braccia, hai cantato “Le feuilles mortes” come facevi prima di iniziare la tua lunga corsa nella vita, con la stessa gioiosa leggerezza di quando ti affacciavi alla casa degli amici di Torino e tutti aspettavano di sentirti cantare “quella canzone”.

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