I VICINI

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di Fausto Paravidino

con Iris Fusetti, Davide Lorino, Barbara Moselli

Fausto Paravidino, Sara Putignano

Produzione Teatro Stabile di Bolzano

Roma, Teatro Eliseo, 13.4.16

Maricla Boggio

Con una scansione lieve lieve suggerita dalla voce cartavetrata di Fausto Paravidino, il testo “I vicini” da lui stesso scritto e diretto si snoda nell’arco di un paio d’ore rimanendo nello stesso soggiorno di una coppia di giovani borghesi, con lo sfogo di una porta che si apre su di un pianerottolo dove c’è un’altra porta di un appartamento dove vivono da poco tempo due vicini, una coppia che nel corso dello svolgimento si rivelerà assai singolare; qualche evanescenza sullo sfondo fa emergere a tratti una figura fantasmatica di vecchia dalla riccia chioma grigia, rivestita di un abito nero. Facciamo subito cenno a tale presenza sognata o immaginata e comunque incombente nella giovane donna della prima coppia, perché questa è la trovata che Paravidino mette in atto per dare del suo testo, assai pinteriano nell’esibizione di caratteri bizzarri all’interno di coppie e/o famiglie un risvolto di novità, di inquietudine alla Edgar Allan Poe, con un risvolto che richiama la seconda guerra mondiale e i suoi reduci: la vecchia abitava nell’appartamento dei “vicini”, e prima di morire ci ha vissuto per molti anni insieme al marito ritornato dal fronte, con tutti i tragici riferimenti conseguenti. Non sappiamo se questo apporto, così disomogeneo rispetto all’andamento del dialogo a due e poi a quattro delle due coppie abbia portato un vantaggio. L’autore è libero di fare ciò che esprima in forma più realizzata una sua finalità, non siamo noi a dirgli come deve scrivere il suo testo. Ma questa crisi di affettività, questa calata nell’abitudine e nel disimpegno –lui è sempre a casa, spesso in pigiama, mentre lei va e viene, fa l’infermiera – che poi si intreccia ai due nuovi vicini – la vecchia è morta da poco lasciando libero l’appartamento -, questa stranezza dei vicini, lei sprizzante voglia di comunicare, arrivando a manifestazioni affettive che sfiorano l’eros, lui dall’apparenza serena e pacifica, poi via via preso dalla gelosia per il sospetto che l’altro gli rubi la compagna e diventato violento e minaccioso; questo continuo accarezzarsi per bisogno di affetto, di sicurezza, di amicizia, mentre cresce il disagio specie in questo lui debolino e fremente, tutto questo forse poteva dipingere una crisi esistenziale attuale, usufruendo di invenzioni sceniche anche originali come i rapidi cambiamenti di umore del vicino, il suo abbigliamento da bambino o da turista hawaiano, mentre la moglie appare in fluide camicie di voile come pronta per una notte d’amore. C’è un po’ di Woody Allen in alcune battute di questo lui – come quelle su Dio -, e c’è un clima da film di Buñel in questo disfacimento di due tranquille coppie demotivate eppur benestanti e perfino contente di vivere.  Più che un’indagine   a carattere sociale, Paravidino ha forse voluto liberare in un gioco le sue fantasie sulle perversioni pur caste o quasi della coppia, e ha giocato come sa fare nel suo stile da ambiguo etereo indefinito fanciullo.

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