IL CASO DELLA FAMIGLIA COLEMAN

TOLCACHIR IMG_0887scritto e diretto da Claudio Tolcachir

con

Cristina Maresca, Miriam Odorico, Inda Lavalle, Fernando Sala,

Tamara Kiper, Diego Faturos, Gonzalo Ruiz, Jorge Castaňo

Produzione Teatrotimbre4 Maxime Seugé y Jonathan Zak

Roma, Teatro Argentina, 9 ottobre 2017

Maricla Boggio

Iniziato nel 2005 in un piccolo teatro di Buenos Aires, addirittura in un locale della casa dell’autore e regista Claudio Tolcachir, “Il caso della famiglia Coleman” è andato via via nel corso degli anni elaborandosi attraverso l’apporto degli attori in continuo dialogo inventivo con il suo capo. E da Buenos Aires ha cominciato a girare per innumerevoli paesi, prima in Argentina, poi anche in Europa, arrivando ormai a più di 1.900 rappresentazioni.

“Una vera festa teatrale e una lezione in tempo di crisi”, definisce così lo spettacolo l’autorevole quotidiano argentino El Pais. Festa si può anche definire questo sovrapporsi di interventi da parte dei personaggi, perché è frequente il riso ad ascoltare le loro continue contestazioni dell’uno nei confronti dell’altro,  suscitano divertita meraviglia le loro gestualità spesso violente pur nella volontà di mostrare forme di affettività, tuttavia si tratta di una festa apparente, che via via nel proseguimento di questo invadente incalzare di battute manifesta una disperazione che cancella il divertimento e suggerisce una sofferenza che non vuole o non è in grado di mostrarsi.

La vicenda parte da una qualunque mattina in una casa piccolo-borghese di Buenos Aires. Tutti vogliono la colazione, ma nessuno prende l’incarico di prepararla. E il rifiuto si intreccia con il gioco, i fiammiferi non si trovano, qualcuno li ha nascosti, la fame aumenta, ma tutti continuano a giocare. E chi gioca più dei ragazzi è una madre più bambina di loro, disposta a sbeffeggiare i suoi figli – due maschi e una ragazza – provocandoli ad occuparsi della colazione. Nello scompiglio giocoso interviene con un po’ di autorevolezza la nonna, che in realtà si è assunta i compiti di madre e come tale viene trattata dal gruppo, a partire dalla figlia, madre dei ragazzi.

Contestazioni e slanci di affetto, accuse di pigrizia e menefreghismi si alternano a effusioni sperticate. Finché sopraggiunge una giovane donna dai modi più “normali”, una figlia anche lei, ma allevata da un padre che solo di lei si è occupata, tralasciando il figlio maschio rimasto con la madre bambina insieme agli altri suoi figli avuti da qualcun altro. La giovane donna ha una sua famiglia e non intende mescolarla al gruppo squinternato delle sue origini, a cui comunque provvede mantenendo tutti quanti.

La situazione precipita quando la nonna si sente male, ed è allora un altro capitolo di “festa e crisi” che viene sviluppato dal gruppo trasferitosi in ospedale: più che della salute ormai al declino della nonna, tutti quanti si preoccupano di sfruttare le risorse della camera a pagamento fornita dalla giovane saggia per la povera “abuela”, ed è un arrembaggio a farsi la doccia, a lavarsi i capelli, a pretendere pasti multipli sottraendo alla vecchia il poco cibo che lei vorrebbe mangiare. La nonna sparisce dal letto e si capisce che è morta, senza troppo dispiacere dei ragazzi, che con inconsapevole crudeltà ne avevano previsto – lei viva – la fine imminente.

Ma ecco che uno dei ragazzi – lo scopre il medico, un ragionevole e benevolmente stupito “normale” – che uno dei ragazzi ha la leucemia all’ultimo stadio. Invano il dottore cerca di informarne i familiari, perché provvedano a far curare il ragazzo: ognuno se ne va dall’ospedale, preso da suoi progetti, primo fra tutti appropriarsi della camera della nonna, rimasta ormai libera.

A cominciare dalla composizione della famiglia, vi si nota una mescolanza di razze e di comportamenti che sono forse fonte nascosta del disagio. Cognomi tedeschi, o spagnoli, o di altra derivazione forse ebraica, determinano questo scompenso di intese reciproche. Si tratta della situazione complessiva del popolo argentino, che anche nei cognomi degli attori della compagnia mostra le tante ascendenze, qui con una maggioranza notevole di cognomi italiani.

Ed è la ricerca di un’identità ad avvertirsi sotterraneamente, in tutto quel gridare, quel ridere, quell’abbracciarsi in un eterno stadio di infantilismo irresponsabile, a cui soltanto una figlia si è sottratta, non a caso allevata da un padre, l’unico uomo che abbia sentito la responsabilità paterna. Questa di Tolcachir è una famiglia acefala, fatta di donne e di ragazzini, una famiglia che soffre e non lo sa. Lo sa invece Tolcachir, che sotto l’apparenza della festa mette in luce la crisi familiare. Ma, da artista, non predica ma fa spettacolo, insieme ai suoi attori affiatatissimi al punto da sembrare veri, forse più veri del vero.

Va ricordato che nella scorsa stagione Tolcachir è stato accolto al Teatro Argentina con la sua commedia “Emilia”, la cui protagonista, Giulia Lazzarini, nelle “Maschere del teatro” è stata proclamata la migliore attrice protagonista dell’anno.

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