IL CONSIGLIO D’EGITTO

ENRICO GUARNERI, ROSARIO MINARDI- IL CONSIGLIO D'EGITTO - FOTO SCENA - 01
di Leonardo Sciascia
con Enrico Guarneri
Ileana Rigano Francesca Ferro Rosario Minardi
Vincenzo Volo Rosario Marco Amato
Pietro Barbaro Ciccio Abela Gianni Fontanarosa
Antonello Capodici Mario Fontanarosa
scene Salvo Manciagli
costumi Riccardo Cappello
regia Guglielmo Ferro

PT Produzioni
Roma Teatro Quirino, 26 aprile 2016

Maricla Boggio

Leonardo Sciascia scrisse “Il consiglio d’Egitto” come storia allusiva di una Sicilia attuale, ammantata in una Sicilia fine Settecento, dove gli scossoni di un vento rivoluzionario agitavano l’Europa arrivando anche in Italia, dove tuttavia la resistenza dell’antico sistema di potere continuava a mantenersi stabile.
Da questo romanzo Ghigo de Chiara trasse, negli anni Settanta, una lucida trasposizione teatrale, che più volte, da quegli anni, venne portata in scena con interpreti differenti, a partire dal protagonista rapinoso che fu Turi Ferro, seguito poi dal singolare istinto interpretativo di Tuccio Musumeci, mentre ricordiamo in particolare, per la regia, Lamberto Puggelli, nella scia rigorosa e storicamente documentata che trasse, da quella versione di de Chiara, un affresco esemplare di corruzioni incancellabili e di astuzie epiche.
In questa versione, di cui non si cita l’elaboratore, emerge una dimensione rivolta più al grottesco, al deformante, al dialettale, che trova negli attori la capacità di portare in alcuni momenti alla risata connivente gli spettatori. Esemplare in questa scelta il don Vella di Enrico Guarneri, che sotto le parole trova ulteriori possibilità di allusioni e di ammiccamenti, trascinando il pubblico a seguirlo nell’elaborazione del progetto di inventare una storia della Sicilia e dei poteri in essa presenti in totale libertà creativa. Un antico libro scritto in arabo e casualmente rinvenuto è lo spunto di questo suo disegno, rivolto a cancellare le ingiustizie sociali che attraverso i nobili opprimono il popolo siciliano privandoli della legittimità dei loro possedimenti e deferendo tutto al Re, che – cito a braccio la frase di don Vella – “almeno è uno solo a rubare, mentre gli altri sono tanti”.
Don Vella, insomma, si inventa tutto, con l’aiuto devoto di Camilleri, un suo servo venuto da Malta come anche lui anni prima, e quindi a conoscenza, come lui, della lingua araba.
Approfittando dell’ignoranza altrui, don Vella costruisce la sua versione della storia della Sicilia mediante la reinvenzione del libro e di un altro scritto, detto appunto de “Il consiglio d’Egitto”, seminando il terrore fra quei nobili assestati sui loro territori di sfruttamento, mentre l’avvocato Di Blasi, pur nobile, condivide il progetto di don Vella e lo incoraggia, ma sarà presto condannato a morte dal potere reazionario che ha il sopravvento sulle deboli istanze rivoluzionarie dell’isola.
Il sogno di don Vella, nonostante le astuzie di cui via via il sacerdote si arma tentando di difendere fino all’ultimo la sua versione dei fatti, a un certo punto deve cedere all’evidenza delle contestazioni e riconoscere di aver inventato tutto. Ma gli sarà rimasta la soddisfazione di aver tentato di realizzare un sogno di giustizia e di libertà.
La regia di Guglielmo Ferro ha inquadrato il testo in una sorta di scatola esemplare, dove i personaggi hanno ciascuno un loro spazio gerarchico, alla cui sommità ci sono il nobile di maggior potere e il rappresentante della Chiesa, alleati a sottomettere il popolo, l’uno con l’imposizione di pesanti tasse, l’altro con lo sfruttamento del timore di dio e altrettante tasse. Si muove raggiungendo questo e quello con malizioso servilismo don Vella, non alieno comunque dall’approfittare della posizione che gli viene dalla sua invenzione, ed è in questa umanità che Sciascia supera il marchingegno ingegnoso dell’invenzione, e mostra manzonianamente la capacità di capire l’animo umano, i suoi difetti, la sua fragilità.
Enrico Guarneri sa bene dove spingere il suo tipo di recitazione, che sfrutta il dialetto e le gestualità antiche del siciliano, ma all’occorrenza tira fuori la lucidità di un ragionamento di tipo volteriano.
La compagnia è numerosa come si poteva fare una volta, quando i teatri stabili, e in particolare quello di Catania, mettevano mano a spettacoli di tipo storico, e di questi fu grande sostenitore Mario Giusti. Qui con abilità di reinvenzione Ferro tiene alta la tradizione di famiglia, rimanendo anche fedele alle tematiche più volte interpretate da suo padre Turi.

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