IL DESERTO DEI TARTARI

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di Dino Buzzati

con

Massimo Roberto Beato, Alberto Melone, Matteo Tanganelli

La Fortezza – Momento unico per tre attori soli

drammaturgia e adattamento di Massimo Robereto Beato

regia Elisa Rocca

allestimento scenico e costumi Jacopo Bezzi

musiche originali Giorgio Stefanori

aiuto regia Ferrante Cavatuzzi

La Compagnia dei Masnadieri

Roma, Spazio 18b

19.31 marzo

Maricla Boggio

Non è facile rappresentare in teatro il clima di meditata solitudine che emana come caratteristica essenziale dalla scrittura di Dino Buzzati in uno dei suoi più celebri romanzi, quel “Deserto dei Tartari” considerato irrapresentabile per chi intendeva tentarne una trasposizione. La realizzò invece Valerio Zurlini nel 1976 con un film che vinse premi prestigiosi e concluse al massimo la sua carriera di regista, che a rendere quel clima di desolata, reale e simbolica solitudine scelse attori come Max von Sidow, Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Giuliano Gemma.

Il compito prefissosi da Massimo Roberto Beato è stato quello di scavalcare la prismaticità dei personaggi, in contrasto o in sintonia caratteriale fra di loro, e di scegliere l’elemento narrativo-evocativo a cui affidare lo sviluppo del ricordo da parte del protagonista, quel Drogo giovane ufficiale di prima nomina, pieno di speranze di carriera e desideroso di affrontare la pericolosità di quell’invasione dei Tartari tanto attesa nella Fortezza a cui è destinato. Drogo è “narrato” da Ortiz, un ufficiale da sempre  – si potrebbe credere – presente alla Fortezza, e da sempre in attesa di quell’invasione dei Tartari che darebbe a chi vi farà fronte la gloria dell’eroe.

Qui  Ortiz diventa l’Io narrante del romanzo, personaggio sghembo fra la rappresentazione in scena e l’anima evocativa  in osservazione degli eventi.  È il riscontro degli stati d’animo del protagonista mano a mano che passano gli anni, in una sorta di eternità nell’immutare della situazione, a dare spazio alla narrazione, che procede per illusive speranze, rimpianti per una vita trascorsa senza che chi l’ha vissuta se ne sia accorto, sempre proteso all’attesa dei Tartari da sgominare e tentato dal lasciare la Fortezza per tuffarsi nella vita.

Leggenda o verità, i Tartari possiedono l’animo dell’ufficiale, che li presentifica attraverso il suono avvolgente del vento, lo sgocciolìo  monotonamente ritmato dell’acqua della cisterna, l’aprirsi dell’orizzonte  velato di bianco e ne rimane prigioniero.

La dura realtà è quella dei comandi stentorei del soldato di guardia, dei cambi di vedetta mentre il sole si abbassa all’orizzonte, dell’arrivo di nuovi gruppi di soldati, mentre gli anni passano senza che avvenga quel tanto atteso evento, ma sempre appaiono illusoriamente miraggi di premiazioni, di speranze di spostamenti, ricadute nell’ineluttabile del permanere nella Fortezza come proprio abitat ormai inscindibile da sé.

E quando parrebbe che quei Tartari tanto evocati da sfiorare la realtà staranno forse per raggiungere dalla sterminata pianura la Fortezza, Drogo non ci sarà, impossibile dare conclusione a un anelito, a un vago tendere dello spirito.

Tutto questo la Compagnia dei Masnadieri ha ideato secondo una propria dimensione poetica, avvalendosi della regia, nitida, lucida, di Elisa Rocca, che imprime al suo esercito simbolico il ritmato trottare dei cavalli a cui gli stessi ufficiali si adeguano in un contesto unitario nella fuga dalla solitudine del deserto, immettendo nei tre Attori che sviluppano l’intero percorso per simboli l’esistenza complessa della Fortezza.

Jacopo Bezzi anima lo spazio allungato della scena in cui si svolge l’azione di immagini dal biancore abbacinante, che a volte si moltiplicano con miraggi del deserto mostrando altre montagne, altri orizzonti sconfinati a distanziare la Fortezza da ogni elemento di civiltà.

Oltre alla trasposizione del romanzo in linguaggio teatrale, il duplice compito di Massimo Roberto Beato attore è stato di gestire in prima e in terza persona, si deve dire, l’andamento di questa che rimane una allucinazione, possibile appunto, in quanto tale, nella striscia ristretta, mentale, della scena avvolgente. E la somiglianza voluta dei tre attori  – Beato insieme ad Alberto Melone – Drogo e a Matteo Tanganelli in molteplici ruoli -  nelle loro rigide divise, nei loro cappelli militareschi – sempre opera di Bezzi -  ingigantiscono la sensazione di oppressione imprigionante che si sviluppa dall’intero spettacolo, dove forse Buzzati avrebbe trovato un’analogia con la sua creazione.

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