IL LAVORO DIVIVERE

Il lavoro di Vivere ph fabio artese

di Hanoch Levin

traduzione dall’ebraico Claudia Della Seta

adattamento Andrée Ruth Shammah

con Carlo Cecchi

e con

Fulvia Carotenuto, Massimo Loreto

allestimento scenico Gianmaurizio Fercioni

luci Gigi Saccomandi

costumi Simona Dondoni

regia Andrée Ruth Shammah

produzione Teatro Franco Parenti – Marche Teatro

Roma, Piccolo Eliseo, 15 febbraio 2017

Maricla Boggio

Attento alla realtà contemporanea nell’ambito del privato, oltre che indagatore del mito e della situazione politica in altri suoi testi, numerosi, prima dell’immatura morte nel 1999, Hanoch Levin trasferisce le sue personali angosce esistenziali in questo testo, tradotto con perizia linguistica da Alessandra Della Seta e altrettanta sensibilità di rappresentazione da Andrée Ruth Shammah che ne ha curato anche un adattamento.

Lo schema drammaturgico è all’apparenza lineare e perfino prevedibile. Due coniugi di mezza età, non più giovani da attrarsi per sesso e novità, né ancora anziani da trascinarsi reciprocamente con indifferenza rassegnata, si confrontano in una notte insonne. E’ il marito, per primo, a riflettere ad alta voce sulla monotonia dell’esistenza condivisa con la moglie che gli dorme accanto, immemore e secondo lui immersa in sogni sessualmente  piacevoli in zone vacanziere godute in allegra compagnie. E tanto si induce a credervi, che preso dall’ira rovescia il materasso a terra, come una valanga che possa trascinar via la donna infedele a spassarsela in qualche luogo montano. L’ignara donna si sveglia stupita e dolorante, e viene fatta segno delle lamentele dell’uomo che ne prevede via via ogni reazione, ogni battuta di  risposta alle sue recriminazioni di una vita vissuta inutilmente in mezzo a frustrazioni e rinunce. E’ un crescendo di rimpianti e di rinfacciamenti, a cui la moglie  risponde con ogni sorta di tentativi di farlo recedere dalla  determinazione ad andarsene di casa. Ma quello, indossata cravatta, pantaloni e giacca addirittura sul pigiama, e riempita una valigia di indumenti e vestiti alla rinfusa, sta per andarsene incurante del fatto che sono le due di notte e che non ha prevista alcuna meta. Scatta a questo punto la trovata drammaturgica, il colpo di scena che trasferisce la dimensione esistenziale della coppia in lite a dover tener conto di un terzo. Il vicino di casa, anziano, malaticcio e solo, suona ripetutamente – ha visto la luce accesa, quindi la coppia è sveglia – per chiedere un’aspirina. Ma le richieste si moltiplicano, l’uomo piagnucola per avere una tazza di tè, li interroga sospettoso di quella luce accesa, fa un sacco di domande sui loro rapporti erotici, non vuole tornare alla sua casa vuota, e addirittura si piazza dentro il letto sfatto dei due, rotolandovisi in uno spasimante desiderio di calore.

L’intromissione del terzo fa sì che i due prima divisi si coalizzino contro l’intruso. E’ un gioco al massacro che che anima fra le due parti, che gareggiano in crudeltà reciproche e in reciproco rigetto di solidarietà. Il vicino pur di infliggere una qualche penalità ai due egoisti   rinfaccia loro di aver prestato quindici anni prima un cappello all’uomo, e lo rivuole indietro, proprio subito, in quella notte, e non se ne andrà finché non lo avrà riavuto. L’assurdità della situazione  mette in risalto la capacità drammaturgica dell’autore, che da una banali situazione ricava l’universo dei sentimenti umani, e le meschinità di quanti vivono sotto apparenze rispettabili e decorose.

Messo nelle mani di attori di media bravura, il testo avrebbe rischiato di cadere nella banalità di un ridicolo esagerato. Qui la recitazione è l’elemento vincente. Perché Carlo Cecchi mette a frutto la sua “non recitazione” sottesa di sornione e ironiche intonazioni, e di trascuratezze meditate e dialoga con il pubblico in una sorta di disincantata estraniazione. Fulvia Carotenuto gli tiene testa attraverso lo stupore  disperato con cui controbatte la calma furia distruttiva del marito, fino al sacrifico umile di sé ribaltato poi in una acredine feroce, una parte difficile proprio perché in continuo mutare, fino alla morte improvvisa di lui di fronte alla quale ritorna l’onda vitale liberata dalle pastoie del quotidiano.

Una sorpresa è l’interpretazione fulminante di Massimo Loreto, una sorta di gnomo in bilico tra maleficio e compassionevolezza, che entra ed esce dalla vita della coppia dopo averla resa cosciente di sé.

Andrée Ruth Shammah ha condotto con estrema sobrietà ogni scena, consentendo agli attori di offrire ogni possibile risvolto alle situazioni via via in divenire, e conducendoli con mano ferma a un epilogo imprevisto anche molto tranchant.

La durezza dello sviluppo del testo ha una scintilla breve che tuttavia ne illumina il segreto esistenziale, una quasi catarti caluce. E’ il ricordo del marito che sta per morire, mentre rievoca che da bambino camminava, un giorno, la mano nella mano, accanto al padre che andava mormorando preghiere alla volta della sinagoga.

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