IL MISTERO DELLA CAMERA GIALLA

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libero adattamento da Gaston Leroux

con

Massimo Roberto Beato, Sofia Chiappini, Melania Fiore e Pavel Zelinskiy

regia di Jacopo Bezzi

Compagnia dei Masnadieri

Teatro Spazio 18B, Roma, 11 dicembre 2018

Maricla Boggio

Assistendo allo spettacolo si ha l’impressione che il “libero adattamento da Gaston Leroux” denunciato dalla Compagnia dei Masnadieri e affidato all’abilità inventiva di Massimo Roberto Beato e a quella figurativo/verbale di Jacopo Bezzi sia quasi un pretesto vezzoso per attribuire nobiltà alla rappresentazione, farina del loro sacco. Che però ce l’ha già di suo, in una versione personalissima che di quella “camera gialla” parigina opera una trasformazione in una “stanza della tortura”, nel complesso articolarsi della vicenda che si sviluppa intorno ai tentativi di attentare alla vita della giovane figlia di uno scienziato, quella Matilde dal passato  confuso e assai lontano rispetto all’età adolescenziale che dimostra, nelle prefaraellitiche immagini di Sofia Chiappini. Girano intorno alla estatica fanciulla una energica quanto maliarda governante, più matrigna “la piùbelladelreame” che cuciniera nelle apparizioni alla Boldini – pittore delle belle dame primi Novecento -, di Melania Fiore, assai divertita nel suo insolito ruolo.

Il giallo si infittisce di interrogativi – sessuali? criminali? agathachristini? – complicandosi ancora di più con l’arrivo di un intraprendente giovanotto giornalista – con lo sprizzante entusiasmo di Pavel Zelinskiy – che vuole indagare sul primo tentativo di assassinio della enigmatica Matilde, ma forse ne è innamorato, e poi cerca di dipanarne un nuovo tentativo di assassinio, complicato da lettere trovate qua e là, da fazzoletti insanguinati, da sonniferi propinati nel caffè e così via.

Ma chi indaga su tutti, con protervio sguardo inquisitore, è l’ispettore di polizia Larsan, ovviamente al di sopra di ogni sospetto, che Massimo Roberto Beato interpreta con atteggiamenti alla Adolphe Menjou.

Come in una scatola cinese i quattro indiavolati entrano ed escono dagli esigui spazi dilatandoli con le loro battute convulse, lampeggianti, esangui, lasciando fino alla fine in sospeso lo stordito spettatore e i bambini che si divertono un mondo ad avere paura alle urla, ai tuoni, ai fulmini da tregenda dello spettacolo che, come nelle favole, ha una felice conclusione, che naturalmente non si deve svelare lasciando a chi legge il gusto di andare ad assistere alla rappresentazione.

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