IL PENITENTE

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di David Mamet

traduzione e regia

Luca Barbareschi

con

Luca Barbareschi

Lunetta Savino

Massimo Reale

Duccio Camerini

Roma, Teatro Eliseo

7 novembre 2017

Maricla Boggio

Nella regia di Luca Barbareschi, prima della rappresentazione del testo di Mamet, si entra in una sorta di molteplice sovrapposizione di messaggi visivi. Ingigantiti ritagli di giornali mostrano vicende del nostro recente passato, in cui sono stati demonizzati personaggi dello spettacolo e del giornalismo – primo fra tutto Enzo Tortora, ingiustamente incriminato per fatti mai commessi -, ma anche situazioni legate a scandali politici internazionali, a brandelli di guerre sanguinose ecc., in un turbinoso apparire e sparire, quasi a livello subliminale. Intanto il personaggio protagonista del testo è già in scena, attento ai suoi appunti, seduto in mezzo a una scenografia spoglia, essenziale, che non offre distrazioni mantenendo tutto sul piano della parola, dell’indagine che attraverso i dialoghi si svilupperà intensa e problematica.

David Mamet, in questo suo testo recentissimo – è del 2016 – ha affrontato il difficile tema

della responsabilità morale di un individuo messo a confronto con la necessità di rimanere coerente

con le proprie scelte professionali e religiose. Tutto parte dal fatto che un giovane omosessuale ha compiuto una strage – ha sparato a dieci persone -, e il suo terapeuta – uno psichiatra di provata serietà –in un’intervista pare che abbia affermato che il giovane è affetto da una aberrazione – l’omosessualità -, mentre sostiene di non aver mai usato questo termine discriminatorio, ma di aver parlato di un “adattamento”. Che il giovane abbia ucciso dieci persone, dopo essere stato dallo psichiatra per la sua terapia, lo si sa molto dopo l’inizio di questo lungo confronto – otto quadri, come una serie di incontri su di un ring – , perché tutto pare limitarsi a questo equivoco verbale di cui è accusato lo psichiatra, fatto bersaglio dai giornalisti per questa sua apparente discriminazione relativa all’appartenenza sessuale del suo paziente.

Ma la situazione si evolve in una sorta di vortice colpevolizzante nei confronti dello psichiatra, la cui unica volontà è quella di seguire un imperativo morale dettatogli dal famoso “giuramento di Ippocrate” che impone ai medici di mantenere segreto quanto riguarda un paziente.  L’aggressività dei giornali, la condiscendenza del suo avvocato nel consigliargli di cedere e rivelare quanto il giovane gli ha detto durante la seduta, l’impositività inquisitoria di un giudice che ne indaga addirittura la fede religiosa – lo psichiatra ha cercato rifugio nella fede e nell’interpretazione della Torà che ritiene se non parola di Dio, ispirata a Dio – interrogandolo su di essa e sulle contraddizioni che inevitabilmente ne emergono, infine il tradimento della moglie, che lui crede dovuto a una sua fragilità, alla sua mancanza di sostegno verso di lei, mentre nel comportamento dello donna si cela ben altro: la moglie si è appoggiata all’avvocato per sentirne la presenza amica, e quello le ha mostrato i famosi appunti del marito, in cui è la prova dell’errore “scientifico” dello psichiatra, che non è intervenuto nei confronti del giovane, andato da lui con una pistola con cui secondo quanto gli avrebbe detto intendeva compiere una strage; la donna si è tagliata le vene, ma non per la sofferenza provata per la situazione del marito, ma perché l’avvocato l’ha lasciata tornando alla sua famiglia.

Doveva intervenire, lo psichiatra? Doveva impedire al ragazzo di riprendere la pistola e di andarsene verso la realizzazione di quel progetto delirante? Vessato da innumerevoli interrogativi, lo psichiatra rimane sospeso tra il proprio imperativo e le contraddizioni di un comportamento che non trova sollievo in nessuna delle possibilità da lui cercate, nemmeno in quella, consolatoria e staccata dal pragmatismo, della religione. Quasi un Giobbe attuale, lo psichiatra rimane solo, con la sua coscienza, di cui si sono fatti beffe gli amici – l’avvocato lo ha tradito due volte, prendendogli la moglie e poi rifiutandola, e leggendo i suoi appunti segreti e mostrandoli anche alla donna -, e che è stata rivoltata e derisa dal rappresentante della giustizia che di quel suo rifugio religioso mette in contrasto il rapporto fra le antiche leggi ebraiche – la proibizione del rapporto omosessuale – e la mutata morale attuale.

Assai complesso nelle sue implicazioni e complicato da un discorso che mette in risalto una personalità di oggi alle prese con una religione che non ci è familiare, il testo di Mamet ha il pregio di aver portato il discorso della propria responsabilità in relazione al bene e al male non più nell’ambito di situazioni di potere politico, come accade ad esempio in Shakespeare, ma di essere entrato nel microcosmo di un uomo il cui obbiettivo non è il potere, ma la propria onestà intellettuale e morale.

Con notevole immedesimazione Luca Barbareschi ha fatto suo il personaggio offrendone la complessa frammentazione e ricomposizione, affrontandone le diverse fasi e percorrendole con volontà di martirio, a confronto con lo spietato mondo del potere, in questo caso giornalistico, giudiziario, privato.

Lunetta Savino interpreta con convinta forza espressiva il ruolo della moglie vessata dal rifiuto della società verso chi non si adegua ai comportamenti socialmente accettati.

Massimo Reale offre nell’avvocato l’aspetto del consigliere amico, di cui sapremo poi il risvolto negativo, che non ci viene però mostrato, ma soltanto riferito.

Con piglio autoritario e derisorio delinea il suo uomo di giustizia Duccio Camerini, con la sua beffarda inquisizione nei confronti del già provato psichiatra.

Un testo di grande efficacia, questo “Il penitente”, che tuttavia si affida a rovelli difficili da seguire, mentre soprattutto nel finale quello che viene definito un colpo di scena – la moglie che tradisce e l’avvocato che rivela i famosi appunti – riduce, secondo noi, anziché ampliare, questa tragedia di un uomo di fronte alla sua coscienza, e induce il pubblico perfino a qualche incredula risata.

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