IL PREZZO

IMG_0030di Arthur Miller

traduzione di Masolino D’Amico

con

Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale, Elia Schilton

scene Maurizio Balò

costumi Gianluca Sbicca

luci Pasquale Mari

regia Massimo Popolizio

direzione artistica Umberto Orsini

Compagnia Umberto Orsini

Teatro Argentina, Roma, 20 ottobre 2015

 

Maricla Boggio

 

Da tempo non si vedeva uno spettacolo che si fondasse su di un testo che avesse a che fare con la nostra realtà. Certo i classici parlano anche di noi, ma la metafora è molto abusata, in questi tempi, ed è soprattutto comoda per avallare la propria scelta.

Arthur Miller non è certo un autore nuovo, né un autore italiano contemporaneo. Tuttavia “The price” – “Il prezzo” – appartiene agli ultimi tempi della sua scrittura drammaturgica – è del 1968 -, e si addentra nella società americana reduce dal periodo di crisi economica del 1929, rilevandone gli effetti deleteri caduti sulla generazione successiva.

Miller ha voluto distanziare dal periodo immediato il tema su cui lavorare, in modo da potersi liberare da un eccesso di realismo e dalla mancanza di una sedimentazione dei fatti e degli effetti attraverso un distacco dall’epoca di riferimento. Il teatro che ne emerge invita a seguire le scene con una partecipazione critica: i personaggi rispecchiano molti comportamenti comuni a quella classe piccolo-borghese che rappresenta ancora la maggioranza delle forze che sostengono una nazione, e di tale classe riproducono le profonde ansie, le frustrazioni, i complessi legati a situazioni familiari non risolte e spesso non riconosciute dagli stessi protagonisti.

I quattro personaggi inventati da Miller danno vita a un racconto complesso, in cui emblematicamente sono rappresentate più categorie sociali. Già la scena, all’apparenza realistica, rivela in quell’ammasso di mobili, un tempo arredamento di una casa piccolo-borghese, il senso dell’abbandono di un passato difficile da ricordare con qualche affetto: quei mobili, rinchiusi in uno stanzone di un edificio presto smantellato, rappresentano tutto ciò che impedisce a Walter – che ne è l’erede – di vivere serenamente, dimenticando quando vi abitava insieme ai genitori da anni defunti, fino a che non se ne sarà liberato. Divenuto da decenni poliziotto per non aver potuto terminare gli studi a cui era portato, vive in continua lite con Esther – una moglie dedita all’alcol -, depressa e violentemente critica nei suoi confronti per la sua condizione di servitore dello Stato, malpagato e non certo appartenente a una classe alta. Questi due personaggi rappresentano lo zoccolo solido del testo, e tutta una prima parte è tenuta in piedi dalle loro squallide discussioni sui soldi, la valutazione del mobilio da vendere, la possibilità da parte di lui di andare in pensione, decisione che allontana da sé, forse temendo di diventare preda indifesa della donna.

Terzo personaggio del dramma – e felice invenzione d’arte, al di là delle problematiche del testo, ma anche lui in rapporto con la situazione di crisi – è il novantenne Solomon, ebreo broker da anni non più attivo, ma scovato per una telefonata a un numero trovato su di un vecchio elenco del telefono e portato per curiosità a rispondere alla richiesta dello sconosciuto di valutare  quei mobili. Anche questo personaggio ha il suo spazio per presentarsi con dovizia di elementi che gli danno spicco:

in gioventà era un equilibrista, una musica che scaturisce dal un vecchio disco gli suscita dei ricordi attraverso cui pare tornare agile e si mette a danzare come un ragazzo; poi però torna agli affari, in cui si destreggia sminuendo il valore dell’acquisto e concludendo poi con l’offrire una cifra esigua per l’intero “lotto”. Ma emerge nella contrattazione la necessità di avere sicurezza che Walter ne sia l’unico proprietario. Ed ecco allora saltar fuori quel fratello a cui i due coniugi avevano accennato parlando fra loro, da più di un decennio rimasto in silenzio, a cui bisogna chiedere una sorta di liberatoria, o coinvolgerlo nella vendita e farlo partecipe del ricavato. Proprio mentre discutono del problema, si profila Victor, il fratello chirurgo di successo,  venuto, dopo il sollecito delle telefonate lasciate da Walter alle infermiere, a constatare di persona il quadro della situazione, dei mobili in vendita e dei parenti a lungo cancellati. Questo quarto personaggio aggiunge forza al discorso sociale di Miller e  ha la funzione di un personaggio rivelatore delle problematiche nascoste finora. E’ il figlio che si è liberato dai parenti: il padre impoverito dalla crisi del ’29, la madre perduta dietro a ore nel suonare l’arpa per dimenticar l’esistenza crudele e ipocrita a cui è costretta. Il fratello di successo, creduto egoista perché non accorso a dare al padre quei cinquecento dollari che avrebbero consentito a Victor di laurearsi, rivela che il padre aveva dei soldi da parte, ma che non aveva voluto usarli per timore di restare povero e solo. Ma Victor sapeva di quei soldi: forse aveva voluto accettare il lavoro da poliziotto per giustificare la sua mancanza di coraggio a tentare una strada più difficile quanto più affascinante nella vita. I ricordi, le scoperte, le amare constatazioni e i confronti fra quanto creduto e quanto reale si intrecciano in una girandola di battute lucidissime, dove la spietatezza dei contendenti si giustappone a qualche spiraglio di pietà. Dopo proposte grandiose quanto architettate con la furbizia dei ricchi rivolta ai danni dello Stato – fare su quei mobili una fondazione, farli valutare con un prezzo enorme, regalarli alle opere di carità per poi essere detassato nel suo patrimonio, offrendo la somma a Walter, Victor rinuncia a convincere l’ostinato fratello, che ormai sta liberandosi del passato. Walter manterrà la parola con il vecchio Solomon, accettando l’esigua somma per l’intero carico dei mobili, e se ne andrà al cinema con la moglie che finalmente, consapevole, anche se in ritardo, del valore umano del marito, accetterà di uscire con lui vestito da poliziotto anziché in borghese, come aveva sempre voluto in precedenza.

Solo, davanti all’incombere della catasta dei mobili di cattivo gusto, rimane Solomon, tutto preso da quella avventura che lo riporta indietro negli anni. Il suo è allora tutto un cadenzato muoversi danzando sul filo della musica che lo riporta indietro nel tempo,  convinto, proprio come aveva proclamato a Walter, di “non arrendersi mai”.

Popolizio – che è Walter– sacrifica a vantaggio dell’interpretazione del personaggio certi suoi lampi di sguardi entrando in una espressività giustamente contratta; firma anche la regia, dandole un impulso senza respiro, usando ogni parola, in questo teatro che consideri la parola espressione insostituibile. E’ un po’ un andar contro le mode, infischiarsene di esse, non temere di essere superati da bizzarre invenzioni esteriori, come avviene in tanti spettacoli, che facendo a meno della parola hanno il vantaggio di essere invitati in ogni paese.

Alvia Reale ha raggiunto una bella maturità; mette in atto una recitazione dura, straniata a volte e poi tendente a un patetico che è nella natura del personaggio. Elia Schilton dà smalto al suo Victor, uomo di successo che può permettersi paternalismi e condiscendenze, alternati a durezze spietate, una prova ottima di attore.

C’è poi Umberto Orsini, l’artefice dello spettacolo: ha trovato sei anni fa il testo a Londra, si è ripromesso di metterlo in scena quando avesse avuto tre compagni all’altezza dell’interpretazione, vi è riuscito accollandosi anche lo sorzo della produzione. Il suo Solomon è un’invenzione raffinata e infantile al tempo stesso, un vecchietto terribile e un mago di poesia, forse una delle interpretazioni più riuscite in tutta la sua lunga carriera.

Ma quando vedremo uno spettacolo con un testo italiano che si incentri su dei temi della nostra società? E’ difficile da noi che qualche autore abbia il coraggio di scrivere un testo che affronti qualche situazione che ci riguarda. Il cinema lo ha fatto. Anni fa. Oggi forse può essere il turno del teatro.

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