IL RE MUORE


di Eugène Ionesco
saggio di diploma del corso di regia
regia di Irene Di Lelio
con
Luca Avagliano, Valentina Carli, Désirée Domenici, Davide Gagliardini, Desy Gialuz, Carlotta Mangione
Roma, Teatro studio “Eleonora Duse”, 4 marzo 2014

Maricla Boggio
Incurante di mode e lusinghe, Irene Di Lelio, dopo i suoi tre begli anni di Accademia nel corso di regia, e dopo aver affrontato nel triennio autori di epoche e linguaggi diversi – da Pirandello a Pinter – ha scelto per il suo saggio di diploma “Il Re muore”, un testo anomalo rispetto alla scrittura più conosciuta di Eugène Ionesco, di quel teatro dell’assurdo che davvero fece moda negli anni Cinquanta e seguenti.
“Dramma dell’uomo” – come scrive Gian Renzo Morteo, gran conoscitore del teatro ioneschiano, e probabilmente traduttore di questa pièce, anche se nel programma non viene nominato -, non dramma metaforico di regalità pericolanti. Dramma che si ricongiunge al pensiero di Nietzshe, sulla morte di Dio e quindi su quella dell’uomo, sulla nullità dell’essere e sul suo significato e così via. Ma nella rappresentazione che Di Lelio realizza con nitido disegno è più il desiderio di offrire un fresco ritratto di vita che si oppone alla morte annunciata, per questo Re attorniato da guardie, servi, sudditi devoti e impauriti del segno mortale che lo contrassegna, moderno Admeto a cui nessuna Alcesti, nemmeno la dolce e innamorata sposa, si offre a sostituirlo.
Un regno, questo creato da Di Lelio, che ricorda “Leonzio e Lena” di Buchner, dove tutto è fiaba e sogno, e nulla va preso sul serio, dal momento che la Regina Madre è una terribile Morticia – senza paura di apparire seducentemente truce Carlotta Mangione – e il medico è un bizzarro personaggio da Lewis Carroll armato di tubi e stetoscopi che all’occorrenza diventano segreti strumenti di comunicazione sul genere delle intercettazioni telefoniche – Luca Avagliano, già sulla strada di ben riuscite caratterizzazioni comiche -; e l’infermiera si permette di commentare a modo suo ogni fase che le garba – Desy Gialuz, anche lei con ben calibrata capacità comica nel delineare un personaggio di comodo -, mentre con una forza comunicativa che si protende alla platea Désirée Domenici padroneggia con ironie vocali e mimiche il suo Comunicatore succube degli eventi e altrettanto ribelle.
Lo sviluppo della storia sta tutta nella forza vitale del Re, che Davide Gagliardini interpreta con gli slanci e le immedesimazioni che il suo personaggio gli consente, scritto in modo – direi – differente dagli altri del dramma. Più realisticamente vissuto, con momenti di autentica emozionalità rispetto al rigido cerimoniale mortuario di quella fine annunciata che gli altri in vario modo mettono in atto, credendoci testardamente come la Regina, soffrendone sentimentalmente come la sua sposa, una deliziosamente lacrimante Valentina Carli, indomita sostenitrice della vita fino alla rassegnazione che coinvolge anche lei. E c’è, nella scrittura di questo Re ribelle al destino, un momento che tinge di vita l’intero personaggio, come avviene ad esempio in “Non si sa come” di Pirandello, nel racconto della lucertola uccisa dallo sconosciuto. Qui è il racconto, scaturito dalla fantasia di Ionesco liberata dalla tesi prefissa, del gattino raccolto e allevato, dei suoi vezzi, delle sue piccole ferocie, a fornire all’attore un bel momento di autentica interpretazione, mimicamente costiana.
Si può e si deve dire che la prova di Irene Di Lelio è pienamente riuscita, lasciando da parte elementi di critica relativi a certe lungaggini, dovute soprattutto a un testo fluente fino all’inverosimile nella ripetitività dell’assunto.
Buon proseguimento, ragazzi, e in bocca al lupo per il futuro.

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