IL REVISORE

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di N. V. Gogol

una versione

con

Aleksandr Kaljagin

e gli attori della  Compagnia “Et Cetera” del teatro di Mosca

regia di Robert Sturua

Teatro Argentina, 14 settembre 2018, Roma

Maricla Boggio

Sottotitolo di questo “Revisore” è  “una versione”, ed è giusta questa indicazione perché lo spettacolo, che si attiene con rigore al testo del grande autore russo, si adegua però alle esigenze interpretative del protagonista,  Aleksandr Kaljagin, attore di fama internazionale, fondatore del teatro “Et cetera” e suo direttore, e introduce qualche innovazione attraverso l’inventiva di un altro grande artista russo, il regista Robert Sturua, insignito del titolo di Artista del Popolo nel periodo sovietico e decorato con altri  riconoscimenti nel periodo successivo.

Da anni interprete dei testi di Gogol, oltre che di innumerevoli altri autori,  in tournées prestigiose in tutto il mondo, Kaljagin si è calato nel personaggio di Ivan Aleksandrovic Chlestakov – il falso revisore -, creandolo come un anziano corpacciuto in carrozzella, con tendenze infantili nel lamentarsi e nel sogguardare con ingenua delizia il mondo di fuori e i suoi abitanti. E davvero, nella sua recitazione essenziale, quasi statica tranne piccoli accenni, sguardi, leggere smorfie, si apprezza l’arte di un attore che ha molto lavorato per arrivare a una forma di espressione avulsa da esteriorità e compiacimenti.

Mentre il falso revisore di Gogol è un giovanottello sui ventitre anni – come lo descrive nella didascalia iniziale l’autore –  un piccolo avventuriero che vive alle spalle altrui accompagnato da un servo furbo e pronto a seguirlo nelle sue avventure. È chiaro che allora certe scene, che riguarderanno le avances della moglie del Sindaco e l’ammirazione della figlia – che poi Chlestakov chiederà in sposa – devono essere sviluppate secondo altri criteri rispetto alla versione originale: il regista Robert Sturua ha inventato con intelligenza situazioni comico-grottesche – la bella moglie che aspira alla conquista del Revisore dispiega uno spogliarello che finisce in distorsioni e mal di schiena, mentre la figlia subirà la richiesta di matrimonio senza quel tgaudio dei genitori ambiziosi, quanto come una necessaria ragion di Stato. Et Cetera, come il nome della compagnia, fatto apposta per suggerire che di trovate, marchingegni e  “versioni” il gruppo omogeneo e sperimentatissimo degli attori può sostenerne quanti gliene suggerisce Sturua e se ne contorna Kaljagin.

Segnalata questa modificazione del protagonista, lo spettacolo si incentra poi perfettamente su di lui, ridimensionando gli altri personaggi che animano la quieta vita della piccola città di provincia, ciascuno coltivando un proprio benessere attraverso piccole corruzioni, a cominciare dal Sindaco, che manovra affari e tiene in pugno i vari rappresentanti delle categorie della vita civile, dal direttore della scuola, al medico dell’ospedale, al giudice, fino al direttore della posta, che apre ogni lettera in arrivo, per scoprire eventuali allarmi di ispezioni dall’alta burocrazia sanpietroburghese, che venga a controllare l’operato dei suoi sottoposti.

Anche riguardo alla “piccola cittadina di provincia”, Sturua l’ha trasformata in una elegante città, a giudicare dall’enorme lampadario pendulo che ricorda la metropolitana moscovita, e talvolta salendo e scendendo si anima di accensioni a fuoco d’artificio per segnalare un momento di particolare tensione, una sorpresa, un pericolo. La scenografia, pensata per accorpare sinteticamente ogni spazio, è un rettangolo a tre lati a più piani, dove porte senza chiusure lasciano entrare a tratti  luci dai diversi colori, per sottolineare un momento particolare dello svolgimento dell’azione. Che si fa corale più che non descrittiva ed episodica, confluendo ogni rappresentante dei vari poteri nella corruzione manifesta che ognuno riconosce  “prestando” al Revisore tanto temuto somme ingenti pur di non esserne giudicati.

Va da sé che le due donne della famiglia del Sindaco assurgano anche loro alla dimensione “cittadina”, sfoggiando abiti davvero sontuosi: ed è assai bella e di bravura singolare l’attrice Natalija Blagich che interpreta  Anna, la moglie del Sindaco. Altra invenzione è quella del personaggio “giudicante”: una donnina ammantata di nero dalla testa ai piedi, con il volto storto come il Marty Feldmann del famoso “Frankenstein”, che si trova presente in ogni circostanza problematica, risolvendo silenziosamente ogni crisi, che non disdegna poi di baciare voluttuosamente il servo del finto Chlestakov, anche lui “inventato” dal regista come un semi-muto sempre a combinare guai, mentre nel testo Osip rappresenta l’astuto servitore erede di Sganarello e di Sancho Panza.

Lo spettacolo così elaborato ha un fascino di novità e al tempo stesso mantiene sostanzialmente intatto il disegno gogoliano, di additare al pubblico – il testo, scritto nel 1835, andò in scena l’anno dopo – i vizi generalizzati di una burocrazia corrotta e dilagante: una critica che ha la forza di una denuncia, ma che  “castigando ridendo mores” anche le alte sfere russe dell’epoca lasciarono passare benignamente.

Va poi detto che Sturua fa arrivare il vero Revisore in mezzo alla esterefatta compagnia del Sindaco e dei suoi funzionari, mandando lo stesso Kaljagin  a ricoprirne il ruolo: come dire che un corrotto vale l’altro. Fissati nei gesti e negli atteggiamenti suggeriti dalla didascalia finale, personaggio per  personaggio, da Gogol, gli attori ci riportano, omaggio all’autore, all’immagine del debutto gogoliano.

Da noi le denunce in teatro di solito rimangono denunce senza linguaggio teatrale. Sarà forse la paura di toccare qualche tasto pericoloso, oppure l’incapacità dei drammaturghi, portati soltanto a invettive sul malaffare ma non alla sua metafora.

Dopo lo spettacolo si è avuta la consegna del Premio Gogol a Kaljagin. Sorridente e sornione, capace com’era stato di interpretare con raffinata novità, sembrando semplice, un personaggio così pieno difficile, si è goduto l’elogio di Antonio Calbi, poi dell’Ambasciatore russo, poi della presidente dell’Associazione, e gli applausi estasiati di una platea per metà composta dai russi che vivono a Roma, per metà di chi ha apprezzato, con l’aiuto delle didascalie in italiano, la prova di un teatro che senza condizionamenti di una politica discutibile come quella di Putin, procede senza barriere o cambiamenti nel suo lavoro di artisti. E si preannuncia una tournée che durerà fino alla fine di dicembre, in settanta città italiane.

Fuori dal teatro, numerosi sub neri stazionavano in attesa della autorità russe. Et Cetera.

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