IL RITORNO A CASA

IL RITORNO A CASA
di Harold Pinter
traduzione di Alessandra Serra
regia di Peter Stein
con Paolo Graziosi, Alessandro Averone, Rosario Lisma, Elia Schilton, Andrea Nicolini, Arianna Scommegna
scenografia di Ferdinand Woegerbauer, costumi di Annamaria Einreich
Teatro Metastasio Stabile della Toscana – Spoleto56Festival dei Due Mondi
Presentato da Teatro di Roma in collaborazione con Romaeuropa
Teatro Palladio, 14 gennaio
Maricla Boggio

Innumerevoli le interpretazioni via via date a questo ampio testo di Pinter, che debuttò nel 1965 all’Aldwych di Londra per la regia di Peter Hall. In un saggio di Guido Davico Bonino, del 1977, penso che ne sia stata delineata una delle più intelligenti e scevre da sovrapposizioni epocali, in cui invece si tende a vedere l’acquisito dominio della donna nella società, attraverso la presenza definitiva di Ruth, unica donna della pièce, nella casa del padre di suo marito, tranquillamente lasciato ripartire per quell’America in cui lui elabora i suoi gelidi saggi filosofici.
Ben conoscendo il teatro di Pinter, Davico insiste sul rapporto Verità – Identità, e quindi nella ricerca di tale identità da parte dei membri di un nucleo familiare assai carente, che tentano di sostenersi a vicenda, pur denigrandosi, senza trovare un effettivo equilibrio: famiglia, diremmo, come spazio simbolico di tentativi e frustrazioni. La mancanza di una figura di riferimento – forse in passato una Madre, spesso qui nominata, morta tempo addietro – acuisce e sollecita la ricerca di un’identità in cui consistere nell’inquieto panorama esistenziale. Il quadro familiare risulta subito bizzarro; è la personalità di Pinter a voler lasciare i suoi personaggi liberi da sviluppi previsti, consentendone una vita che ha a che fare con un flusso di coscienza joyciano.
Prima scena: Pomeriggio, Lenny in lite violenta con il vecchio padre Max, ignorato oppure deriso ma ancora capace di usare il bastone per difendersi e punire; arrivo di Joey, altro figlio, che si allena da pugile. Sopravviene Sam, fratello del padre, l’unico ad avere un mestiere – fa il conduttore di macchine per clienti scelti e guadagna: ha una sua sia pur fragile identità, ama il suo mestiere. Seconda scena: Notte, Teddy, il figlio maggiore, professore di filosofia negli USA, torna nella casa paterna dopo sei anni insieme alla moglie Ruth: sua felicità, indifferenza della moglie che va fuori a prendere una boccata d’aria. Teddy incontra suo fratello Lenny: nessuno manifestazione d’affetto di Lenny, chiacchiere come in un incontro normale. Teddy va a dormire; rientra Ruth. Incontro con Lenny, ambigui approcci fra i due. Mattino: Max e gli altri membri della famiglia hanno appena fatto colazione; sopraggiungono Teddy e Ruth: accoglienza violenta di lei da parte di Max che la considera una puttana con cui Teddy ha passato la notte, finché tutto si chiarisce in un gioco e la donna comincia ad avere ascendente sul gruppo dei maschi. Inutile continuare a raccontare una trama, valida per far svolgere a Pinter il suo indagare sugli esseri umani, le loro discrepanze e bizzarrie fino al grottesco. Quello che in testi di autori precedenti poteva essere il desiderio mantenuto all’interno del controllo, qui diventa realizzazione da cui è caduto il simbolo. Si assisterà alla fine all’asservimento del gruppo alla donna, all’apparenza compiaciuta del suo dominio e d’accordo al piano dei maschi di avviarla addirittura alla prostituzione per ricavarne oltre che sesso denaro: non tuttavia trionfo del sesso sfrenato e dell’arricchimento indebito, ma sotto la dimensione teatrale pinteriana la ricerca da parte dei maschi di una identità che soltanto la donna possiede, attraendo a sé quanti non possedendola anelano ad essa. Di tutti questi personaggi uno c’è che si distacca dal comportamento ”negativo”, ed è Sam: di fronte alla sconfitta del gruppo è l’unico a risentire una sofferenza che non oserei definire – trattandosi di Pinter e dei suoi scopi unicamente teatrali – a chiamare morale: di fronte all’accerchiamento assatanato dei membri della famiglia intorno a Ruth, egli stramazza al suolo manifestando dolore e impotenza.
Peter Stein si è immerso fino alla più oscura profondità di questo testo, libero da timori di grottesco o di immoralità; lo ha affrontato con apparente semplicità – risultato di un lavoro di scavo ad arrivare alla semplificazione attraverso l’eliminazione di ideuzze, sovrapposizioni, elementi scenografici “espressivi” ( quante regie, anche di grandi nomi, si reggono su tali mezzucci!), mentre qui la scena è la quanto più trasandata sala tinello della proincia anglosassone . Gli attori hanno coadiuvato il loro maestro. Il Max di Paolo Graziosi, lubrico e bambinesco, perfido e implorante, non lo si dimentica. Il Lenny di Alessandro Averone è una campionatura di alterigia e furbizia, galanterie e intantilismi fascinosi, la prova di una maturità acquisita. Joey e Teddy – Rosario Lisma e Andrea Nicolini – si spartiscono gli estremi delle rispettive caratterizzazioni, nel massimo del controllo e della sfrenatezza. Elia Schilton ha cadenze magiche, riecheggiando un lavoro sul personaggio che ricordiamo nei “Demòni” dello stesso Stein. E Alessandra Scommegna denuncia nel portamento e nel mistero del volto il segno chiave della pièce. Tre ore di spettacolo la cui durata è lieve.

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