IL TEATRANTE

di Thomas Bernhard
traduzione di Umberto Gandini
con Franco Branciaroli
e
Daniele Griggio, Barbara Abbdondanza, Tommaso Cardarelli, Melania Giglio,
Valentina Mandruzzato, Valentina Violo
scene e costumi di Margherita Palli
luci di Gigi Saccomandi
regia di Franco Branciaroli
CTB Teatro stabile di Brescia – Teatro de Gli Incamminati
Roma, Teatro Quirino, dall’11 al 23 febbraio

Maricla Boggio
Una disperata volontà di rappresentare e di rappresentarsi pervade l’attore Bruscon, con qualche lontana origine italiana, capitato in una squallida locanda austriaca con la sua compagnia teatrale. Su di una parete costellata di trofei di caccia dalle corna adunche grandeggia, offuscato dalla caligine dei decenni, un ritratto quasi irriconoscibile di Hitler, e il dettaglio non è trascurabile, perché si tratta di un’evocazione incombente di afflato mortale, non cancellata e al tempo stesso ignorata dagli abitanti della casa: ogni cosa ne è intrisa, inconsapevolmente, e provoca disagio, ma il servizievole oste – Daniele Griggio – resta impermeabile ad ogni provocazione dell’ingombrante ospite.
Bruscon è al contempo una figura filosofica e poetica, un esponente di illusioni di gloria scombiccherate e un animo nobile che si nutre di sogni, passeggiando nella storia fra i massimi esponenti del pensiero scientifico, politico, filosofico attraverso un suo dramma che da tempo immemorabile cerca di rappresentare assieme al meschino complesso della sua famiglia: un figlio ritardato – Tommaso Cardarelli -, una figlia scema – Valentina Violo – e una moglie – Melania Giglio – – di cui è innamorato fisicamente ma che aborre come attrice – la cui arte scenica si arresta a ripetuti colpi di tosse.
Leopardiano nella sua cupezza illuminata dall’estro poetico, Bruscon non demorde dal tentare di rappresentare la sua opera in luoghi sperduti della provincia, e nel suo ottimismo della volontà supera il pessimismo della ragione che a sprazzi gli mostra l’inadeguatezza dei collaboratori nell’interpretare il suo testo. “C’è del metodo nella sua follia” si potrebbe commentare, come Polonio a proposito di Amleto. Perché con lucidità estrema quanto inutile meticolosità Bruscon si preoccupa dei minimi particolari della rappresentazione, dettando ai congiunti intonazioni e ritmi, trascurando l’insieme della struttura dello spettacolo, quasi che questa fosse scontata nel suo esistere, e contassero soltanto i dettagli, forse pensando che anche nella vita avviene così. Dell’attore tradizionale Bruscon possiede i gusti e i difetti, ma tutto in maniera esponenziale. Dal senso grandioso di sé alla golosità per i cibi, che nel suo linguaggio magniloquente si alternano con uguale importanza, parti inscindibili dell’attore ma al tempo stesso metafora del teatro, linguaggio dell’arte e dello spirito a cui inscindibilmente unire la matericità del corpo e la sua limitatezza umana.
Con la naturalezza che si raggiunge dopo aver scavato a lungo dentro un testo e soprattutto dentro di sé, Franco Branciaroli è Bruscon. Lo è nella scelta primaria di fare teatro con dedizione assoluta, da decenni. E lo è nell’immedesimarsi in Bernhard che si è immedesimato in Bruscon. Miseria assoluta e sublime assolutezza si intrecciano in Branciaroli, in Bruscon, in Bernhard offrendo, come capita di rado, una prova di teatro da conservare dentro di sé per ripensarci in altri momenti, non solo teatrali, della propria vita.
Nel personaggio, che cerca di raggiungere la realizzazione del suo sogno arrivando a rappresentare la sua creazione, convive il mago Cotrone, libero di creare ciò che vuole nella pura fantasia, e la misera Compagnia della Contessa costretta a rimediare con pochi tristi guitti tutti i ruoli del suo dramma, che “deve” rappresentare a ogni costo, trovando un pubblico, fosse pure quello del popolo volgare soggetto ai Giganti, così come qui Bruscon si accontenta del becero popolo del paesuccio ignorante. Ma la rappresentazione tanto agognata non avrà luogo, perché un incendio scoppiato a tradimento nella parrocchia scaccerà il pubblico impaurito. Ma non è questo quanto succede anche ne “I Giganti” di Pirandello, dove un ben più triste e definito evento – la morte dell’autore – impedisce una conclusione, già adombrata nella violenta ribellione degli spettatori insofferenti della poesia del testo?

In Franco Branciaroli emerge un gusto maturo e purificato di rappresentare, godendo anche delle ridondanze volute più che consentite dal testo; soprattutto si avverte che dal personaggio l’attore trae la sofferenza e la gioia di una professione infida e amata, incerta e a tratti trionfante, qual è quella dell’attore. Che quando accoglie davvero un testo poetico, e lo fa suo, fa davvero teatro.

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