JOHN GABRIEL BORKMAN

nuova traduzione di Claudio Magris

 

con Massimo Popolizio

Lucrezia Lante Della Rovere

Manuela Mandracchia

e Mauro Avogadro

e con Alex Cendron, Ilaria Genatiempo

Camilla Diana

 

regia Piero Maccarinelli

 

Artisti Riuniti in collaborazione con Teatro Eliseo

Scritto da Ibsen nel 1896, questo dramma in quattro atti mette il protagonista a fuoco fin dal titolo, pur venendo questi in scena soltanto nel secondo atto. Ma è l’attesa della sua presenza, il racconto di lui, delle sue azioni, della sua detenzione conseguente a un manovra economica azzardata, da parte della moglie e dalla sorella gemella della donna, venuta in visita nella casa dove Borkman si è autorecluso da quando è uscito di prigione – otto anni – a rendere già fuori scena l’uomo protagonista e dominatore del dramma.

La scelta da parte di Piero Maccarinelli di questo testo che supera i cento anni senza dimostrarli, ritengo sia dovuta a una serie di elementi intrecciati. Si tratta senz’altro di una notevole prova di interpretazione attorale, sia per Massimo Popolizio che per le due attrici – Lucrezia Lante della Rovere e Manuela Mandracchia – oltre  che di una impresa registica di peso, anche nel mantenere intatto il tema e il suo sviluppo, ma soprattutto nel riuscirvi riducendo il testo a un’ora e trentacinque minuti dei grandiosi quattro atti originali. L’assunto rimane, diventando fruibile a un pubblico che dimostra la sempre più rara volontà di porsi di fronte a temi importanti giudicandoli e facendoli propri, come dovrebbe essere di un teatro degno di questo nome. Il tema della gestione discrezionale e soggettiva di grandi patrimoni impera a tutto campo. Soltanto che Borkman avrebbe voluto dar vita a un sogno, usare quei denari per imprese belle e umanitarie, che portassero gioia, per poi restituire il tutto attraverso le su capacità gestionali. Per invidie e spiate da parte di un individuo mediocre ritenuto amico, la sua azione viene scoperta e interrotta, privandola della possibilità di concludersi secondo il disegno che aveva in mente lui. Che ne paga le conseguenze, scontando tre anni preventivi e cinque effettivi di carcerazione; ma è lui stesso ad autopunirsi, una volta uscito di prigione, chiudendosi poi al piano superiore della casa rimasta di proprietà della cognata, Ella, un tempo amata e alla quale ha poi preferito la gemella che con lui è costretta a vivere, senza mai incontrarlo,  insieme al figlio ventenne. Qui si innesta un altro elemento già portatore di crisi moderne: il rapporto fra due generazioni, in una sostanziale incompatibilità se non addirittura di tentativo di schiavizzazione da parte della madre nei confronti del giovane, debole e indeciso, ancora legato a lei che sul ragazzo esercita il suo potere frustrato di moglie. Il dramma si sviluppa quindi sul fronte del pubblico e del privato. Entrambe queste facciate dell’esistenza, definite da Borkman in un clima altoborghese come non poteva non essere al suo tempo possono essere interpretate oggi secondo livelli e situazioni sociali diverse, ma analoghe.

Bene ha fatto Piero Maccarinelli a non dare indicazioni allusive sulle problematiche sviluppate dal drammaturgo, restando ancorato all’ambiente e allo stile dell’epoca della scrittura, pur avendo alleggerito scenografia e costumi. E’ ormai insopportabile l’ammiccamento che parecchi registi imprimono ai loro spettacoli volendo sottolineare tematiche e significati che si comprendono perfettamente proprio se non sono appesantiti da ulteriori interpretazioni.

L’intero dramma si avviticchia a scene alterne sul tema centrale, della débacle familiare di cui Borkman si sente responsabile ma non colpevole, mentre le due donne ancora rivangano un passato in cui l’una ne era stata l’amante e l’altra ne è divenuta la moglie.

A consentire a Borkman di estrinsecare i propri agri pensieri è Foldal, unico essere umano che gli riservi ancora un po’ di attenzione, succube come ne è stato negli anni del benessere –Mauro Avogadro, calato in un aspetto tutto inventato, di infelice gregario, mentre sua figlia – una fanciullina inconsapevole – ogni tanto al volontario recluso suona qualche pezzo al pianoforte.

Conseguenza umanamente prevedibile, la situazione di dipendenza del figlio di Borkman, sia dalla madre che lo vorrebbe del tutto legato a lei, sia della zia Ella che lo ha allevato negli anni della prigionia di John e ora lo rivorrebbe con sé. Si intromette nel gioco una donna che emblematicamente cerca di strappare il ragazzo all’ambiente asfittico della casa, finché alla fine vi riuscirà. Ma, irridente ironia, chi dà feste e invita il giovane è proprio quell’amico traditore da cui è partita la tragedia familiare: e il ragazzo sceglierà quella ambigua libertà avendo al fianco una compagna, piuttosto che restare legato alle due terribili donne. Con una recitazione apparentemente leggera, sfiorata a tratti da un riso ironico e disperato, Popolizio dà vita a un bel personaggio di perdente che alla fine, lasciata dopo tutti quegli anni la prigionia della casa, di fronte ad un paesaggio nevoso morirà spegnendosi in quella ritrovata purezza, unica possibilità di riscatto, per un finale di infinita tristezza. Assai nelle loro parti le due attrici, pur più giovani dei personaggi, supplendo all’età con una carica corrosiva punteggiata di ironiche risa. Statuaria ed emblematica Ilaria Genatiempo appare accanto all’incerto figlio, a cui Alex Cendron offre un’interpretazione fortemente borderline.

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